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COMMITTENZA CORPORATE, DAGLI ANTICHI AI NUOVI MECENATI
 
Sabato 15 Novembreh: 12.30
HeadQuarter Pirelli Re.
di Camilla Bettiga, Università Cattolica del Sacro Cuore, Gestione dei Beni Artistici e Culturali.

Relatori: Maria Cristina Paoluzzi, storica dell’arte; Flavio Favelli, artista; Mara Leporati, Direttore Comunicazione e Sviluppo Organizzativo Gruppo CCPL; Federica Olivares, Editore Edizioni Olivares; Julie Peeler, Vice Presidente Art & Business Programs – Americans for the Arts; Arnaldo Pomodoro, artista; Catterina Seia, Responsabile Unicredit & Art.

Esiste ancora la figura del mecenate oppure questa definizione non è più corretta oggi? Quali sono le caratteristiche della committenza nel ventunesimo secolo?: queste domande hanno aperto l’incontro dedicato al tema del mecenatismo, legato in particolare alla committenza corporate. Ciò che è emerso dal confronto rispetto a questi interrogativi è una visione aperta del fenomeno, che sfugge ad uno schema preciso: oggi non possono essere perfettamente definiti i confini che separano le varie tipologie di committenti. La stessa parola mecenate viene percepita come ambigua se non, in molti casi, scorretta, proprio a causa della complessità acquisita dal fenomeno. Emblematiche in questo senso sono le scelte della committenza asiatica e, ad esempio, quella degli Emirati Arabi che hanno deciso di investire un miliardo di euro per avere dal Louvre la concessione in uso del marchio del grande museo parigino.
La curiosità e la passione sono emersi quali tratti distintivi nel rapporto con l’arte. A questo proposito, l’editrice Federica Olivares ha sottolineato la necessità di mantenere “una ricchezza di sguardi diversi sul mondo” perché solo uno “sguardo generoso” potrà preservare e far crescere l’anima mundi. Primo passo da compiere per consentire questo approccio è guardare al passato per focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti che hanno caratterizzato le antiche committenzeche oggi sarebbe opportuno riscoprire. Per tale ragione è interessante soffermarsisu alcuni punti toccati da Maria Cristina Paoluzzi nel suo excursus storico, che ha spaziato dalla committenza del cardinale Stefaneschi a quella dei principi Colonna, passando per il mecenatismo pubblico della città di Siena a quello delle importanti confraternite che si servirono dell’arte come strumento per contestare la riforma luterana. Un primo tratto distintivo riguarda il carattere eclettico che ha caratterizzato il mecenatismo tra XIV e XVIII secolo, interessato non solo alle arti visive, ma anche all’architettura, alla poesia, alla letteratura, al teatro e alla scienza. Un esempio tra tutti è sicuramente rappresentato dalla famiglia dei Medici. Partire dalle arti, nelle loro più diverse e varie manifestazioni, permette di mantenere una visione a tutto tondo ovvero di preservare un approccio che consenta di sviluppare quell’apertura nei confronti del sapere che oggi viene molto spesso messa da parte. La storica dell’arte Paoluzzi ha voluto ricordare, tra le altre, le scelte artistiche compiute dalla famiglia di Vincenzo Giustiniani, in particolare l’attenzione per alcune opere del Caravaggio rifiutate (ad esempio la versione di San Matteo e l’angelo distrutta durante un bombardamento nella seconda guerra mondiale) e per i lavori dei cosiddetti Caravaggeschi di Utrecht: in questo modo è stato sottolineato l’importante ruolo del mecenate nel far emergere quelle espressioni artistiche oltre le mode, attraverso il coraggio di fare scelte diverse. Solo mediante un approccio che, privilegiando la qualità nella novità, intesa anche come ciò che si allontana dagli schemi, è possibile costruire un percorso. Questo aspetto, soprattutto dopo lo tsunami finanziario che si è da poco abbattuto sul sistema mondiale, è oggi più che mai fondamentale. Catterina Seia, responsabile di Unicredit & Art, ha ricordato che occorre lavorare con serietà attraverso rapporti di partnership “credendo realmente che la cultura sia quella risorsa che aiuta a riprogettare un futuro in questo momento messo in discussione”. Il passaggio dalla sponsorizzazione passiva ad un ruolo di partnernariato attivo, come ha sottolineato Federica Olivares, deve essere accompagnato, da un lato, dal coraggio di lavorare perseguendo un’ottica strategica di lungo termine, dall’altro, implica, soprattutto per le istituzioni culturali, la necessità di adattare le proprie strutture organizzative e concentrarsi sulle attività di fund raising perché questo cambiamento possa essere proficuo. A questo proposito la stessa Olivares ha usato il termine partner di progetto per sottolineare l’aspetto di responsabilità e di autonomia cui sono chiamati a rispondere i soggetti interessati. Un tema centrale ha riguardato proprio tali soggetti ovvero i protagonisti coinvolti nell’incontro con l’arte.

 

Il fenomeno della committenza, infatti, si è amplificato a tal punto da interessare nuove realtà. Un caso interessante in questo senso è rappresentato da CCPL. Questa società cooperativa costituisce unesempio inconsueto di come anche un’azienda di medie dimensioni, impegnata in più aree di attività, “molto concrete", possa sviluppare un rapporto profondo con il mondo dell’arte. Un caso, quindi, che, interessandodirettamente la realtà italiana, caratterizzata da piccole e medie imprese, può trasformarsi in un invito a riflettere e a ripensare la propria organizzazione nel tentativo di cercare nuove soluzioni per la produzione di valore. Come ha sottolineato la responsabile della comunicazione e sviluppo organizzativo del gruppo, Mara Leporati, il legame tra CCPL e l’arte nasce non solo dalla passione individuale dell’amministratore delegato dell’azienda cooperativa, ma anche dalla storia dell’azienda stessa. Proprio quest’ultimo aspetto è particolarmente importante: a partire dall’identità dell’azienda CCPL ha deciso di affidare all’arte, in particolare ad un’opera di Fernand Lèger, la rappresentazione dei suoi valori. In questo caso la committenza ha trovato nell’arte uno strumento concreto in grado di rendere visibile l’anima dell’azienda. Un altro spunto interessante riguarda l’esperienza di alcune maestranze che lavorano per CCPL coinvolte personalmente nella messa in posa di milleottocento blocchidi marmo per realizzare un’opera di Omar Galliani a Correggio. In questo caso, diversamente da quanto accadeva in passato, come ci ha raccontato Maria Cristina Paoluzzi, non è stato l’artista a mettersi al servizio del committente, ma, forse, è accaduto il contrario: l’azienda sponsor ha messo in gioco le sue competenze e conoscenze a favore dell’arte! Nell’incontro è stata espressa anche l’altra parte del fenomeno grazie alla presenza di Flavio Favelli, un giovane artista fiorentino. Favelli ha raccontato la sua esperienza mostrando alcuni lavori, basati soprattutto sulla necessità di esprimersi attraverso la realizzazione di ambienti, come la il Vestibolo per Palazzo Foscari a Venezia, il caffè del MAMbo, la Sala d’attesa per il Pantheon di Bologna e alcuni spazi per case private. In particolare la sua testimonianza è stata importante perché ha messo in luce alcuni aspetti interessanti proprio a partire dal legame con la committenza, che, secondo Favelli, è sempre intesa come uno scambio basato sul rapporto do ut des: anzitutto la necessità di affiancare al committente un’altra figura, come quella di un critico o di un importante curatore, che legittimi il lavoro dell’artista in modo tale che non passi in secondo piano. Contemporaneamente è stata ricordata la lentezza dei tempi burocratici e l’impossibilità, a volte, di gestire in modo sensato il finanziamento ottenuto per la realizzazione di una determinata opera, a causa dei vincoli a cui lo stesso è sottoposto. Infine Favelli ha sottolineato la diversità con cui affronta i lavori che gli vengono affidatiper scopi privati, caratterizzati dalla massima libertà, da quelliche realizza per gli spazi pubblici, con i quali i rapporti sono più difficoltosi. A questo proposito Arnaldo Pomodoro, che non ha potuto partecipare personalmente all’incontro, ma ha affidato a Catterina Seia la lettura del suo intervento, ha sottolineato proprio il rischio che la committenza diretta possa limitare la piena libertà dell’artista e la conseguente necessità di trovare un punto di equilibrio e di sintesi tra le parti. In particolare, nel suo intervento, Pomodoro ha argomentato le ragioni per le quali è necessario che all’artista sia data la possibilità di esprimere pienamente la sua immaginazione e la sua creatività: prima fra tutte il ruolo dell’arte nelconferire un apporto importante per il rinnovamento della società. Il grande scultore ha fatto anche riferimento al sistema americano, che giudica straordinario per la regolamentazione fiscale adottata, diversamente da quel che accade in Italia dove mancano leggi e normative chiare per favorire il sostegno all’arte. La stessa Julie Peeler, vice presidente di Art & Business Programs – Americans for the Arts, ha citato nel suo intervento i benefici per i privati che finanziano le arti, sottolineando da un lato le motivazioni economiche che sottendono tale comportamento, dall’altro, la connessione tra il pensiero creativo dell’artista e l’innovazione dell’impresa partner. Per concludere, una questione importante ha caratterizzato tutti gli interventi: unanimemente è stata ribadita la forte e coraggiosa necessità, nonostante le difficoltà e la confusione di questo periodo, di rimanere ancorati alla cultura in quanto rappresenta una guida per lo sviluppo della società. Ed è forse questo l’aspetto a cui i “partner dell’arte” del ventunesimo secolo dovrebbero sempre fare riferimento.

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