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LA CULTURA
D'IMPRESA COME BENE CULTURALE
Sabato 15 Novembre h: 14.00
HeadQuarter Pirelli Re.
di Pietro Marigo, Università Cattolica
del Sacro Cuore, Gestione dei Beni Artistici e
Culturali e Silvia Minoia, Università Bocconi
Insita nel titolo, la provocazione sulla separazione
tra bene culturale e mondo delle imprese è stata
sviluppata nell’incontro in maniera esaustiva
e completa. La parola innovazione è stata
utilizzata largamente, quasi a ricordare che
anche nei momenti di difficoltà sociale
ed economica, solo il coraggio può aiutare
la crescita.
Dopo l’introduzione di Leonardo Previ,
l’incontro si è incentrato sugli
interventi di Anna Simioni, Severino Salvemini
e Paolo Biscottini.
La dott.ssa Simioni, A.D. di Unimanagement,
ha raccontato l’esperienza del gruppo.
Si tratta della storia di un cambiamento radicale
della cultura di impresa e di una forte spinta
all’innovazione.L’assunto di fondo
che ha poi portato alla realizzazione di un magnifico
spazio al confine tra azienda e museo, è il
seguente: la cultura e il cambiamento si basano
su conversazioni che si generano a diversi livelli
aziendali, dove il passato viene messo da parte
e tutti partono dall’inizio, dal principio.
“The
structure wins”, frase
che rende più in inglese che in italiano,
ci dà un’idea forte di quanto il
complesso che costituisce una realtà aziendale
risulti la parte costitutiva di un progetto vincente.
Il
progetto parte dall’assunto che, come
in un museo l’illuminazione e la posizione
della tela possono dare risalto all’opera
d’arte, in un’azienda la sede fisica,
la cultura aziendale e la struttura possono influenzano
il comportamento delle persone, esaltandone le
potenzialità.
In Unimanagement sono stati
aboliti “podi
rialzati e sedie fisse, solitamente chi parla è in
mezzo alle altre persone e tutti possono guardarsi
negli occhi”. L’esperienza
si rifà al Web 2.0, dove le comunità di
pratica partono dal basso e si tengono sempre
ben presenti le esigenze e le esperienze di
chiunque partecipi alla discussione virtuale.
Un altro esempio di cultura aziendale manifestatasi
attraverso la realizzazione di una sede nuova
e innovativa è quella dell’Università Commerciale
Luigi Bocconi.
Severino Salvemini, direttore del
CLEACC (Corso di Laurea in Economia per Arte,
Cultura e Comunicazione) presso l’Università Bocconi
di Milano, ha spiegato come la cultura d’impresa
sia un contesto sociale in cui le persone vivono
e definiscono ciò che è lecito
e ciò che non lo è in assenza di
documenti scritti e codificati come regolamenti
e codici dei quali diffidano, muovendosi in un
universo di elementi intangibili.
Salvemini si è rifatto,
nella sua definizione di cultura aziendale, a
Hofstede, che definiva la cultura come una
grande nuvola inafferrabile e intangibile,
in grado di influenzare il comportamento delle
persone che ci lavorano.
L’università Bocconi,
con la scelta di bandire un concorso internazionale
per la costruzione di un nuovo edificio, ha voluto
sottolineare alcuni tratti distintivi della sua
cultura: l’internazionalizzazione,
l’innovazione e la dialettica. La nuova
struttura, costruita su progetto dello studio
Grafton, vuole tentare una modifica al contesto,
non un adattamento ad esso, vuole modificare
l’intorno in cui è collocata. Progetto
ambizioso, proprio perché la cultura è profondamente
connessa alla comunità che abita la zona,
e tale cultura non prevede l’interesse
e l’accettazione di un edificio così costruito.
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Il
palazzo, infatti, caratterizzato da una forma
ortogonale e contemporanea e realizzato in pietra
serena, si pone in una posizione di rottura nei
confronti del contesto circostante, proponendosi
come motore di innovazione e spingendo verso
una cultura dialettica e di confronto.
Unimanagement
e Bocconi sono alcuni esempi di devianza, parola
utilizzata da Previ,ovvero manifestazioni dell’atteggiamento
di coloro che, pur appartenendo ad una cultura,
tendono a distinguersi.
La devianza quindi come
principale leva per rivitalizzare la cultura,
come ponte tra cultura e imprese, ma soprattutto
come unico modo per mantenere viva una cultura,
anticipandone cambiamenti e tempi di cambiamento.
Ma la cultura di impresa può essere considerato
bene culturale?
Paolo Biscottini, direttore del
Museo Diocesano di Milano, spiega come la cultura
di impresa non possa essere considerata bene
culturale se il senso di quest’ultimo viene
interpretato attraverso le conoscenze accademiche
e gli standard artistici, ma può diventarlo
se analizzato da una ottica differente, ossia
se è finalizzata
al miglioramento della vita e del contesto economico.
La
cultura d’impresa non è quindi
bene culturale in generale, ma in alcuni casi
può diventarlo. Ne è un esempio
il modello imprenditoriale di Adriano Olivetti
che fece costruire “palazzi di cristallo
perché gli operai potessero seguire il
cammino del sole”.
Ancora una volta,
l’architettura delle
sedi rispecchia la cultura aziendale, in questo
caso fondata sull’armonia tra cultura umanistica
e tecnico-scientifica e incentrata sull’uomo,
sulla salvezza e il benessere dell’uomo.
Di
conseguenza, se alcuni tipi di cultura aziendale
sono beni culturali, è necessario salvaguardarli
esattamente come si fa per le opere nei musei,
attraverso conservazione e valorizzazione.
Infatti,
quando la cultura d’impresa è finalizzata
al benessere delle persone oltre che al risultato
economico e quindi si può chiamare bene
culturale, essa crea valore: l’espressione
della profondità di ciò che siamo,
ovvero l’arte.
Partendo da queste considerazioni,
lo stesso museo Diocesano, nel proprio progetto
di ristrutturazione della quarta ala dell’edificio,
ha tenuto conto della necessità di stabilire
nuove relazioni sociali, che tengano conto del
tempo trascorso e dei cambiamenti avvenuti nella
società.
La nuova architettura, che includerà la
costruzione di uno spazio avveniristico, con
ampie vetrate, una sala conferenze, un bookshop,
un ristorante, vuole provare a generare nuova
cultura, in grado di innovare un contesto cittadino-urbano
in continuo cambiamento.
Ecco dunque tre realtà distanti tra loro
ma allo stesso tempo profondamente collegate.
Se Unimanagement ha scelto le persone che vi
lavorano come principale bene, e la contaminazione
tra le loro diversità e differenze come
fonte principale di cultura, la Bocconi e il
Museo Diocesano, hanno scelto di abbandonare
il conformismo architettonico per provare, attraverso
le proprie nuove “forme”, a dare
un forte segnale di discontinuità, che
devia dal percorso già tracciato e porta
innovazione e modernità urbana e culturale.
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