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SULLE TRACCE DI ELKINS E DELL’INTELLIGENZA ESTETICA

Venerdì 14 novembre h 10.00
HeadQuarter Pirelli Re
di Giada Cattaneo, Università Cattolica del Sacro Cuore, Gestione dei Beni Artistici e Culturali.

I curiosi che sono venuti all’HeadQuarter Pirelli Re, in occasione della lezione che JamesElkins doveva tenere all’interno dell’Art for Business Forum il 14 novembre alle h 10.00, hanno avuto una sorpresa: purtroppo, il critico e storico dell’arte Americano non ha potuto partecipare al Forum e, poco dopo il suo arrivo a Milano, ha dovuto ripiegare su un ritorno in patria immediato a causa di problemi familiari.
Non pensiate, comunque, che chi, fra esperti del settore, soliti (ig)noti, studenti, appassionati e curiosi, ha mostrato tanta dedizione da giungere fino in Bicocca per seguire l’incontro sia rimasto a bocca asciutta. Ad attenderli c’erano le riflessioni sull’”Intelligenza estetica” introdotte da Leonardo Previ, Presidente di Trivioquadrivio e docente di Storia Economica della Cultura presso l’Università Cattolica di Milano, cui hanno partecipato ospiti come Stefano Arienti, artista, Claudio Moderini, designer, Fondatore e Direttore del Master Programme in Interactive Design e dal 2007 Direttore del Design Department di Domus Academy, oltre che Paolo Fabbri, Professore di Semiotica dell’Arte presso lo IUAV di Venezia.
La discussione si apre con la considerazione di essere di fronte ad “un’assenza”, quella del nostro illustre relatore. Leonardo Previ si domanda come comunicare, a un pubblico che aveva delle attese legate al discorso di una “presenza”, per mezzo delle tracce di “un’assenza”.Quasi per assurdo, in questo, ci viene incontro proprio l’intelligenza estetica che è una pratica che lavora sulle assenze, le quali, pur non essendoci, lasciano delle tracce.
Noi tutti, utilizzando l’intelligenza estetica, lavoriamo su delle tracce, su delle impronte, su cose che non ci sono: sull’assenza.
Gli antropologi ci insegnano che le nostre origini sono legate all’essere cacciatori e, in quanto tali, in noi ci sarebbero le capacità innate di reperire le tracce, i segni, di un’assenza: l’oggetto della caccia, la selvaggina. L’interpretazione delle tracce diventa la prima disciplina della nostra specie, una disciplina legata all’intelligenza estetica e che si differenzia dall’intelligenza astratta, applicata nella coltivazione.L’intelligenza astratta nasce e si sviluppa da stimoli cognitivi e culturali fissando in ogni individuo la possibilità di indagare sulle esperienze passate, in un’attività che possiamo definire deduttiva, e di costruire delle ipotesi sul futuro, in un’attività che potremmo chiamare progettuale. Ci permette di sapere come coltivare e di prevedere l’andamento del raccolto, non lavora con assenze, ma valuta una verità per mezzo di una presenza. L’intelligenza astratta è l’intelligenza valutabile tramite il famoso Quoziente Intellettivo, è l’intelligenza che sembra prevalere nel mondo moderno.
Tra le intelligenze (astratta, pratica, estetica, cinestetica, emotiva, socio-relazionale…), quell’estetica si colloca al vertice delle competenze che deve possedere chi si occupa di arte. L’intelligenza estetica si fonda sulla capacità di percepire la realtà nel suo funzionamento, di coglierne il valore attraverso la rappresentazione. In un mondo in cui per convenzione le parole hanno il predominio assoluto sulle immagini e sono strumento principe della comunicazione, le rappresentazioni favoriscono la conoscenza con immediatezza. Infatti, le immagini hanno la prerogativa di mostrare visivamente concetti complessi, di sintetizzare parole ambigue e plurisignificanti, e di farle cogliere in un batter d’occhio.
L’intelligenza estetica, nell’operare per tracce, è quella che ci aiuta a individuare un falso d’autore, come ci insegna Giovanni Morelli, famoso critico e storico dell’arte che ha avuto il merito di creare un particolare metodo che rivoluzionò le attribuzioni di celebri quadri nei più grandi musei d'Europa (nel solo museo di Dresda cinquantasei quadri cambiarono firma in seguito a scoperte di Morelli). Quel metodo si fondava sull'esame stilistico dell’esecuzione di certi dettagli anatomici (per esempio la forma di un'unghia o il lobo dell'orecchio) e da questi tratti stilistici, da questi “particolari trascurabili”, Morelli risaliva all'autore. Sempre l’intelligenza estetica è quella che si utilizza nel paradigma indiziario, quella, per intenderci, di cui si servirebbe Sherlock Holmes. E infine, è l’intelligenza che si applica nella fisiognomica, l’arte dell’interpretazione del volto, che muove dalle teorie risalenti ad Aristotele per cui ci sarebbe una corrispondenza tra i caratteri degli uomini e gli attributi somatici esterni del viso e del corpo. Il volto e lo sguardo diventano così lo specchio dell’anima, sono delle tracce di un’interiorità.
Dopo quest’analisi sui processi intellettivi, Leonardo Previ ci pone una domanda: come usiamo i nostri occhi nell’esperienza quotidiana? E’ così che veniamo ammoniti sul fatto che l’intelligenza estetica ci insegna a mettere in crisi il sapere specialistico, il verticalismo. Ci mostra come guardare in faccia alla realtà quotidianamente, perché ogni realtà è un volto da interpretare in un’esperienza conoscitiva, ma la predominanza dell’intelligenza astratta sta facendo si che siamo sempre meno in grado di “leggere i volti”, di percepire, di distinguere un falso, di valutare il mondo particolare, di identificare un politico, di scegliere.
L’intervento dell’artista Stefano Arienti ci traghetta da una dimensione teorica a una maggiormente esperienziale. Per spiegare il suo approccio alla conoscenza, all’intelligenza, parla delle sue origini, dei suoi interessi infantili, della sua formazione, dei suoi esordi come artista, fino ad arrivare all’insegnamento dell’Arte.In maniera del tutto sincera, ma decisamente ilare, confessa di sentirsi maggiormente un contadino, piuttosto che un artista, dato che proviene dalla campagna, ha lavorato la terra in un’azienda agricola ed ha studiato Agraria. Nonostante questa radice agricola, crede di non possedere un pensiero astratto, semmai pratico. Arienti dice che “non è importante saper fare tutto ma è molto più importante fare bene quello che è necessario fare”, intendendo con ciò che le qualità pratiche che un artista riesce a mettere in un’opera sono molto più importanti, a suo parere, di quelle astratte e, essendo il suo lavoro più “pratico” che intellettuale, anche la sua intelligenza può essere così denominata.
Stefano Arienti racconta di aver sviluppato una passione giovanile per le enciclopedie dalle quali provengono le sue prime sapienze artistiche; da questa sua passione per la conoscenza, non specializzata, deriva la sua concezione del sapere strutturato come in tante linee diverse, terminanti in cassetti di conoscenza ai quali si può arrivare tramite un percorso a ritroso dei fili tracciati. Grazie questa griglia enciclopedica mentale, l’artista ritiene di potersi permettere il lusso di dimenticare ciò che sa, dato che in ogni momento è capace di recuperare le informazioni che gli servono. Sviluppare una ragnatela di conoscenze non specializzate gli è stato molto utile nel suo lavoro d’artista, “la sola intelligenza estetica da sola non basta, servono diverse forme d’intelligenza”, ribadisce. “L’Arte contemporanea è piena di artisti che mettono facilmente in relazione diversi fattori più o meno connessi fra loro, ne sono chiari esempi Jeef Koons e Damien Hirst che hanno ottenuto ottimi risultati come imprenditori di se stessi”.
Arienti, infine, parla dell’importanza del modo in cui un artista utilizza il suo tempo nel procedere del proprio lavoro e dichiara: “Ho bisogno di molto tempo per riprendere i fili di ciò che sto facendo, sono molto lento e non ho un’intelligenza molto “abile”. L’agilità è difficile da allenare ma il tempo e la possibilità di riguardare, rivedere le cose possono supplire. Dal punto di vista della progettazione artistica è fondamentale la furbizia, l’agilità, la possibilità di spostarsi rapidamente”.

 

Dalla testimonianza di Stefano Arienti emerge la necessità, nell’Arte, di un’intelligenza poliedrica che non sembra poter essere classificata sotto terminologie precostituite, ma appare più legata alla capacità di un artista di essere elastico, versatile, sensibile nell’utilizzo delle sue doti intellettive.
La conversazione si sposta da un artista, che lavora quotidianamente su e con i volti, a un designer che lavora, invece, con interfacce: Claudio Moderini.Il Direttore del Design Department di Domus Academy prosegue nell’interrogarsi, come designer e come persona, sulle diverse forme d’intelligenza e sulle differenti forme espressive. Sottolinea che uno degli aspetti particolarmente interessanti legati al design è che l’oggetto possa essere capace di comunicare la sua intelligenza, quasi espropriandola al suo progettista, in una specie di processo di sedimentazione dell’intelligenza. Il design diviene, così, uno strumento sociale che permette di interagire e l’intelligenza estetica si configura, non solo come qualità personale ma intrinseca negli oggetti. Il design è un facilitatore, un mediatore di esperienza che ha un suo valore comunicativo e risulta molto importante il modo in cui l’oggetto è in grado di comunicare la sua funzione. L’intervento di Moderini prosegue con un excursus di oggetti di design e tecnologie interattive che dimostrano la capacità, di tali oggetti, di mostrare processi non evidenti e la presenza di un’intelligenza collettiva.
Termina le riflessioni il Prof. Paolo Fabbri che tocca diverse tematiche trattate in precedenza. Comincia con il far notare come James Elkins, interrogandosi intorno ai fondamenti dell’Arte, segua la vecchia teoria di Nelson Goodman per cui il problema non è tanto rispondere alla domanda “cos’è Arte”, ma “ quando è Arte, quando l’Arte funzioni come tale”.
Inoltre, il Professore, sottolinea come la parola “intellettuale” (aggettivo dell’intelletto, relativo alle facoltà intellettive e alle attività a esso connesse, colui che fa uso di intelligenza)sia divenuta di recente un sostantivo (chi è dotato di una certa cultura, è amante degli studi e del sapere e coltiva interessi culturali o artistici,chi svolge anche professionalmente un’attività di tipo culturale e in virtù delle proprie capacità esercita un’influenza, un ruolo attivo all’interno di una società, di un gruppo). Questo indica una recente, crescente, attenzione nei confronti della pratica intellettuale, ma ci avverte che nel momento di massima, o ostentata, intellettualizzazione delle cose si verifica un abuso della pratica dello spiegare. Spiegazione e comprensione non coincidono: è come se fosse sempre più necessario, nella nostra società, spiegare di più per comprendere di più.Il pericolo è quello che viene descritto dall’unico libro di James Elkins tradotto in italiano “Dipinti e lacrime. Storie di gente che ha pianto davanti a un quadro”. Un libro particolare e interessante che ripercorre le vie del sentimento estetico dal punto di vista dei fruitori, spiegando perché le lacrime sono spesso state una reazione diffusa davanti ai dipinti ma soprattutto perché, ammalati di intellettualismo, non siamo più capaci di piangere di fronte a un'opera d'arte.E’ il troppo spiegare che dissecca le cose e ci impedisce di piangere, di muoverci e commuoverci di fronte ad un’opera.
Tornando sulla fisiognomica e sui volti, Paolo Fabbri, ricorda come il viso, nel movimento, sia ciò che sta davanti, ciò che viene verso di noi, e questo è riscontrabile non solo nelle persone, ma anche negli oggetti. In ogni cosa noi riscontriamo un viso, una facciata. Il volto, dunque, si configura come il senso comune, ma è anche una sorta di ordine imposto al volto, è un luogo altamente educato che l’Arte ha il compito di rappresentare, ma anche di liberare. Un esempio è la deformazione, la caricatura che è l’espressione della liberazione, dell’ilarità. Non si pensi, comunque, al senso comune come qualcosa di negativo, perché senza di esso non capiremmo cosa significa l’azione di liberazione. Un tic è un momento in cui il volto vuole liberarsi dal suo ordine ma l’ordine ritorna. E’ il bloccare questa liberazione, il costringere il mantenimento dell’ordine.
In un secondo momento il semiologo passa a illustrare la teoria del modello percettivo di Foucault, secondo Gille Deleuze, che rappresenta la modalità secondo cui funziona l’organizzazione del sapere. In breve, vi sono degli eventi singolari, degli accadimenti, che devono entrare dentro di noi attraverso una linea che ci separa dal “fuori”, ma che allo stesso tempo ci connette con il mondo esterno. Superata la linea di separazione ci sono degli interessi, desideri, passioni personali che riorganizzano le percezioni esterne. Una volta “filtrati” gli accadimenti, secondo i nostri interessi, le informazioni vengono immagazzinate in delle specie di enciclopedie del sapere, degli archivi audio-visivi dell’esperienza, che si strutturano al loro in terno in diverse pieghe (le pieghe fanno in modo che la cosa più lontana sia in relazione con quella più vicina senza che si crei il caos). Al centro di questa struttura, e di questo processo, c’è la zona di soggettivazione, il soggetto. “I concetti sono quindi costrutti che riposano su un piano di conoscenza, sono macchine funzionanti”.
Riassumendo, sono stati fino a qui illustrati diversi concetti. L’esistenza di un’intelligenza estetica fondata sulla valutazione di tracce, elementi non immediatamente visibili, in contrapposizione a un’intelligenza astratta fondata invece sulla percezione di verità, di stimoli cognitivi precisi: due tipi di intelligenza che portano a diversi approcci all’Arte, alla percezione, alla vita. L’idea che un artista abbia bisogno di utilizzare e creare diversi e nuovi tipi di intelligenza per poter portare avanti efficacemente il suo lavoro artistico. La constatazione che anche degli oggetti, dei manufatti, come i prodotti del design, possano comunicare ed essere dotati di una sorta di intelligenza. La riflessione sull’Arte, sulla sua funzione. La scoperta del concetto d’intellettualismo e della pratica esagerata della spiegazione, con le conseguenze che hanno nell’inaridire le percezioni.La fisiognomica come specchio dell’anima, traccia di segni, incontro del senso comune, luogo di riconoscimento, di ordine e di liberazione. La presentazione di un modello cognitivo - percettivo di sviluppo di conoscenza.
Ci possiamo ritenere soddisfatti? Scommetto che molti avevano, come me, l’aspettativa di ricevere da Elkins la chiave segreta d’accesso a una sana percezione visiva. Credevano di essere illuminati sulle potenzialità della cultura visiva e dell’educazione all’immagine. Su “how to use (y)our eyes”, come usare i nostri occhi. Pensavano di venire istruiti su come non siamo preparati visivamente a guardare veramente nel mare di immagini che ci sommergono ogni giorno e si aspettavano di avere un antidoto efficace.
Per coloro che siano ancora curiosi, ed abbiano padronanza della lingua inglese, rimane la possibilità di leggere il suo libro “How to use your eyes”. Mentre chi non mastica l’inglese, ma è interessato alle teorie esposte da James Elkins, può sempre leggere il libro tradotto in lingua italiana “Dipinti e lacrime. Storie di gente che ha pianto davanti a un quadro” che contiene, tra l’altro un passo molto carino in cui l’autore da sette pratici consigli a chi voglia davvero percepire l’Arte ed utilizzare l’intelligenza estetica:

  • Non andate mai al museo da soli.
  • Non cercate di vedere tutto.
  • Riducete le distrazioni.
  • Datevi tempo.
  • Seguite il vostro pensiero.
  • Non perdete di vista le persone che guardano davvero.
  • Siate fedeli, tornate a vedere l’opera.

Chissà che qualcuno riesca ancora a piangere davanti ad un quadro o, peggio, che sia colto dalla famosa Sindrome di Stendhal! Se così non fosse, sono comunque certa del fatto che, da questo incontro, siano emersi numerosi stimoli per un’isolita riflessione.

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