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LA TRASPARENZA
NEL MERCATO DELL’ARTE: INVESTIMENTI E CORPORATE
COLLECTIONS
Venerdì 14 Novembre h.15.00, HeadQuarter
Pirelli Re.
di Vincenzo Gangone, Università Cattolica
del Sacro Cuore, Gestione dei Beni Artistici
e Culturali.
Quando si invitano a sedere insieme attorno
a un tavolo un docente universitario, un analista
finanziario, un gallerista, uno stratega d’asta,
un fiscalista e uno storico dell’arte,
si sa già in partenza che quello a cui
si assisterà non potrà che essere
un vivace e conflittuale dibattito e che, proprio
dalla conflittualità dei punti di vista,
non potranno che scaturire confronti costruttivi
su controversie concrete. Come spesso accade,
il titolo della rassegna ha dato luogo a un piccolo
esercizio di stile da parte di qualche relatore,
il che comunque ci fa cogliere l’importanza
di trovare denominazioni adeguate al contenitore
con il quale si va a confezionare un prodotto.
Anche culturale.
Obiettivo della tavola rotonda
moderata dall’analista
finanziario Antonio Mansueto è stato l’analisi
della situazione attuale del mercato italiano
dell’arte, scandagliato nelle sue diverse
sfaccettature, e la proposizione di possibili
interventi in chiave migliorativa. Un coro unanime
si è alzato invocando l’imprescindibilità della
fissazione e del rispetto di regole chiare e
trasparenti e l’inderogabilità d’introduzione
di un regime fiscale incentivante le compravendite
e gli investimenti in arte. Contrastanti, invece,
le posizioni circa i rapporti tra mercato finanziario
e mercato culturale.
Mansueto (di nome e di fatto)
ha fornito una tanto schematica quanto chiara
illustrazione dei caratteri generali di questo
atipico mercato. Trattasi di un mercato che,
se vuole puntare ad attrarre investimenti, non
può innanzitutto
prescindere dal vincolo dell’efficienza
e che, per tale motivo, deve mirare ad essere
il più possibile trasparente (fondato
su norme non ambigue), concentrato (individuato
da un luogo fisico -aste e fiere- in cui accadono
le operazioni di compravendita), simmetrico (garantito
da parità di informazioni per chi compra
e chi vende) e liquido. Quando si parla di mercato
dell’arte, è importante tenere presente
la peculiarità dell’oggetto di scambio:
come hanno sottolineato anche Filippo Lotti,
MD di Sotheby’s Italia e Paola Fandella,
docente di Economia degli Intermediari Finanziari
presso l’Università Cattolica di
Milano, l’opera d’arte è un
bene unico, infungibile, non standardizzabile,
che nasce dal genio creativo e comunicativo dell’artista,
ed è un bene di lusso, di nicchia, il
cui acquisto è dettato dal piacere (pleasure
market), poiché non soddisfa bisogni
fisiologici, ma intellettuali. Un mercato efficiente,
inoltre, richiede un elevato numero di scambi
di cui si conoscano quantità, prezzo e
parti contraenti. I prezzi di riferimento più attendibili
sono sempre i prezzi di battitura reperibili
presso le case d’asta. A tal proposito,
una precisazione è d’obbligo: bisogna
tenere presente che il valore di un’opera
contemporanea, in virtù della sua aderenza
alle istanze della società coeva e della
certezza della paternità dell’opera,
si attesterà sempre su livelli notevolmente
più alti rispetto a quello delle opere
dell’arte antica. A queste diverse performance,
fa ancora notare Lotti, devono corrispondere
diversi criteri valutativi. Per quanto riguarda
l’impresa, Mansueto ha parlato di “ritorno
immateriale per il brand” qualora
essa si accorga dei win competitivi
che ne deriverebbero dalla collaborazione con
gli artisti. Se un’impresa migliora i propri
risultati contribuisce alla crescita del mercato
e, in ultima istanza, dell’economia.
Contro
l’idea che vi sia una coincidenza
tra le oscillazioni del mercato finanziario e
del mercato dell’arte, come suggerito dal
moderatore dell’incontro, si è scagliato
Pasquale Leccese, agguerrito gallerista de “Le
case dell’arte” e presidente di START
Milano, più propenso ad interpretare il
rapporto con una logica di causa-effetto: la
crisi dell’arte si è accentuata
da quando gli speculatori finanziari, abituati
a maneggiare azioni e derivati ma non quadri,
sono entrati nel vivo di una materia non di loro
competenza, in cerca di ancoraggi forti che assicurassero
continuità di produzione e clientela.
Alla faccia della trasparenza. In Italia, per
giunta, dove il sistema dell’arte contemporanea è storicamente
più ristretto rispetto a quello americano,
causa anche lo scarso mecenatismo delle banche,
si è dovuto creare un mercato alternativo,
sempre più contiguo con quello della finanza,
per stare al passo con gli altri Paesi.
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Tutto
questo ha portato ad un aumento esponenziale
dei prezzi e della produzione degli artisti,
sospinta esclusivamente da sollecitazioni commerciali,
a scapito della qualità, della creatività e
della sincerità.
Una
vera e propria “bolla” che, fortunatamente,
sta progressivamente sgonfiandosi. L’invito
di Leccese rivolto a tutte le parti in causa è quello
di tornare alla normalità. Alla normalità di
un gattino che, come mostrato da un video proiettato
in sala, beve il latte perché, banalmente,
avverte il desiderio di bere.
La
discussione si riaccende quando il Managing Director
di Sotheby’s, dopo aver rivendicato la
trasparenza della sua casa d’asta (quotata
in borsa a NY e, per questo, sottoposta ad un audit al
mese), inizia a illustrare al pubblico i dettagli
della famigerata “Beautiful inside
my head forever”, la vendita all’asta
degli ultimi lavori di Damien Hirst, svoltasi
a Londra il 15 e 16 settembre scorso, e che tanto
scalpore aveva suscitato per la decisione di
mettere direttamente agli incanti delle opere
senza passare per il tramite di gallerie e collezionisti.
Lotti ha definito l’operazione come una <<scommessa
rischiosa>> - tanto più che si è trovata
a coincidere con il crack della banca d’affari
statunitense Lehman Brothers - che ha richiesto
una <<macchina organizzativa dispendiosa>>,
un <<caso isolato da non ripetere>>, <<il
canto del cigno di una serie di operazioni spericolate>>,
con più di un dubbio in merito all’esito.
Venticinquemila visitatori hanno tuttavia decretato
il successo dell’iniziativa. Un’iniziativa
aspramente critica da Pasquale Leccese, bollata
come <<puramente commerciale>> ed
eticamente scorretta, in quanto ha aggirato l’intermediazione
fondamentale delle gallerie.
Più istituzionali
gli interventi di Domenico Sedini, storico dell’arte
per formazione e responsabile dei servizi per
l’arte di
Open Care per professione, e di Angela Monti,
fiscalista. Il loro contributo ha permesso di
apprezzare la rilevanza del tema centrale dell’incontro,
la trasparenza, all’interno degli accadimenti
aziendali. Trasparenza, per un’impresa,
significa valutare un oggetto d’arte a
scopo di bilancio. Il criterio contabile da applicare è quello
del cd. fair value, che trova una delle
sue fonti più autorevoli nei principi
contabili internazionali IAS.
La contabilizzazione a fair value consente
l’iscrizione in bilancio del bene artistico
al “valore congruo”, al valore “corretto”;
valore che viene desunto dai listini prezziari
delle case d’asta. Lo scopo è quello
di definire un valore minimo sotto il quale l’oggetto,
circostanziato in un lasso di tempo breve, non
si può vendere. L’esito più importante,
oltre alle ricadute benefiche sulla trasparenza
dei bilanci, si è registrato all’interno
delle banche, generalmente sorde alle sirene
della cultura: l’applicazione dei principi
IAS ha permesso la presa di coscienza di questi player di
possedere nei propri caveau collezioni
economicamente importanti, il che ha fatto scattare
la molla dell’interesse verso le attività di
catalogazione, tutela, restauro e valorizzazione.
Angela
Monti si è dunque concentrata
in particolar modo sulla strategicità della
leva fiscale, unico strumento per trasformare
questa trasparenza da mero obiettivo ad accadimento
reale. Il nostro ordinamento, però, in
maniera a dir poco paradossale, come sottolineato
anche dalla Prof.ssa Fandella, non incentiva
l’acquisto e l’investimento in arte,
proponendo all’estero una tragicomica immagine
del Paese che non dà importanza al suo asset fondamentale.
Una nazione che non percepisce il valore della
cultura è una nazione arida, povera e
chiusa. E non solo mancano forme incentivanti,
ma addirittura esistono elementi di disincentivo,
che relegano sempre di più il campo culturale
ai margini della dottrina economica, riducendolo
ad un affare di pochi. Alcuni esempi: sulle operazioni
di compravendita d’arte grava sempre l’Iva
al 20%, mentre all’estero si attesta mediamente
attorno al 6%; i beni artistici strumentali alla
propria attività sono deducibili esclusivamente
nella misura dell’1% dei profitti, mentre
in Irlanda gli artisti godono di enormi benefici
fiscali.
Cosa si può fare dunque? Introdurre aliquote
favorevoli al re-investimento dell’utile,
come accade nelle piazze finanziarie; oppure
estendere le agevolazioni di cui gode (giustamente)
la ricerca scientifica anche al settore culturale.
Oppure,
come suggerito ieri da Alessandro Bergonzoni
nella medesima sala, regalare a tutti coloro
che di giorno in giorno fanno dell’Italia
il Paese delle occasioni perse, <<un intervento
di chirurgia estetica>>, affinché possano <<rifarsi
il senno>>.
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