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UN ‘IMPRESA
SENZ’ARTE È UN’IMPRESA DI
BRUTI
Sabato 15 novembre h. 18.30
Headquarter Pirelli
Re
di Fiammetta Winchler, Università Cattolica
del Sacro Cuore, Gestione dei Beni Artistici
e Culturali.
Philippe Daverio, storico dell’arte,
attualmente conduttore della trasmissione televisiva
Passepartout su Raitre ed è direttore
del periodico ART e Dossier. Già assessore
alla cultura a Milano dal 1993 al 1997;
Severino Salvemini, economista, professore
ordinario di Organizzazione aziendale e Direttore
del corso di laurea triennale in Economia per
le arti, la cultura e la comunicazione (CLEACC)
in Bocconi.
L’incontro è iniziato con una lettura
da parte di Severino Salvemini di alcuni brani
tratti dal libro La filosofia dell’arte
cristiana e orientale di Ananda Kentish
Coomaraswamy , filosofo indiano degli inizi del ‘900,
considerato uno dei principali studiosi dell’arte
indiana e, più in generale, dei rapporti
tra la civiltà simbolica orientale e quella
occidentale. La sua concezione rigorosamente
applicativa dell’arte, mutuata dalla cultura
orientale, esclude il puro compiacimento estetico
e ne spiega approfonditamente le ragioni nei
suoi scritti.
Egli ha vissuto tra l’India, l‘Inghilterra
e l’America.
Il professor Salvemini riprende
le parole di Coomaraswamy, affermando che “mentre l’arte è dell’uomo,
un’industria senz’arte è da
bruti”. Il genere umano ha da sempre diviso
l’arte in due categorie: utilitaria, cioè che
tratta di qualcosa o che serve a qualcosa e di
lusso, riservata solamente a un’elite ristretta
di persone esperte o facoltose. Per molti l’arte è considerata
una stranezza, non una necessità della
vita.
Inoltre nell’odierna concezione dell’arte
vi è un equivoco tra arte e artisticità. “L’arte è ciò con
cui una pittura, una casa, un vestito, un intingolo,un
gioiello, un’arma, un qualunque manufatto è prodotto
per supplire alle esigenze della vita quotidiana”,
qualunque altro significato è definito “peccato” ossia
il mancato adeguamento allo scopo.
Un secondo
equivoco riguarda il significato di genio e capolavoro.
Le opere dei geni sono scarsamente utili alla
maggioranza degli uomini perché non è il genio
che conta ma l’uomo che è riuscito
a produrre un capolavoro. L’artista non
era un genere speciale di uomo ma ogni uomo un
genere particolare di artista, perciò è meglio
avere una moltitudine di genialità mediocri
che un'unica genialità suprema.
Coomaraswamy
afferma che nei nostri musei vanno conservate
le opere relativamente antiche o esotiche sia
perché rese fragili dal tempo sia
per conservarne la memoria preservandole dalla
distruzione, mentre invece non è compito
del museo esporre opere contemporanee.
Alla domanda
che si fa il filosofo “a
che cosa serve l’arte”, insinuando
che dell’arte non sa che farsene avendo
bisogno di pane, afferma che vivere di solo pane
equivale a non vivere ma anche che fare dell’arte
un fine in sé significa disumanizzare
un’attività che è molto vicina
a quella divina. Affermazioni di questo tipo
gli crearono evidentemente perplessità e
irritazioni in molti ambienti artisti e intellettuali
del suo tempo.
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Il
prof. Salvemini puntualizza che nella storia
dell’arte c’è stata un’esasperazione
della forma e del segno astratto e ci mette in
guardia da chi ci allontana dall’arte primitiva.
Il concetto ricorrente dell’origine dell’arte
attraverso il lavoro, di riflessioni sui problemi
sociali fa venire in mente che il pensiero dell’autore
sul tema dell’arte sia stato influenzato
anche dalle filosofie socialiste-marxiste che
nel periodo dagli anni 1937-1941, in cui i suoi
nove saggi sono stati scritti, potevano suscitare
un notevole interesse essendo in pieno sviluppo
esperienze che a esse si rifacevano come ad esempio
nella Russia sovietica.
Philippe Daverio nella sua brillante esposizione
ha fatto presente che è necessario capire
i motivi per cui il filosofo indiano esprime
queste sue teorie.
Anche lui suggerisce di tenere presente il tempo
storico e l’ambiente nel quale si sono
formate le sue idee filosofiche e in secondo
luogo tenere conto delle nuove discipline di
analisi formatesi in questo periodo, come la
sociologia e l’antropologia.
Nell’Inghilterra di fine ‘800 erano
presenti quattro aree di pensiero, di cui la
più recente era quella sostenitrice della
rivoluzione industriale con il conseguente declino
dell’artigianato e la nuova forma di lavoro
della catena di montaggio.
All’opposto di questo pensiero si formarono
i cosiddetti preraffaeliti tra i quali esponenti
principali vi fu William Morris che definiva
il mondo dell’industria orribile e trovava
amorale che dalla bella Inghilterra settecentesca
si fosse passati alla periferia fumosa dell’’800.
Ciò a cui Morris aspira è un ritorno
a una tradizione precedente dell’artigianato
nella quale vi erano il fabbro, il falegname
e così via. Così Coomaraswamy si
trova travolto da queste differenze di pensiero.
Inoltre dobbiamo tenere presente la sua formazione
di base all’interno di una società divisa
per caste in contrapposizione alle società da
lui frequentate successivamente come quella americana
e inglese.
Daverio non critica mai il pensiero filosofico
di Coomaraswamy, comunque conclude che l’arte è il
fare una cosa estetica (e ciò è alla
radice della cultura occidentale) e non è né un
diretto ed esclusivo derivato dal lavoro e ne è legabile
al bisogno.
La complessità della filosofia di Coomaraswamy,
il ripetersi delle sue teorie nei vari saggi,
nei quali i suoi pensieri vengono spesso ripresi
in maniera diseguale suggerirebbero al lettore
dell’opera di approfondire la conoscenza
con altri scritti del filosofo e analizzare quindi
le sue teorie in maniera più ampia ed
estesa.
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