Report: Chris Bangle | Designing the present

L’ultimo incontro di Art for Business Forum 2011 si è tenuto sabato sera nella suggestiva venue di un affollato Teatro dell’Arte. A moderare la lecture era presente Leonardo Previ, Presidente di Trivioquadrivio, sul palco assieme a Consuelo De Gara, in rappresentanza della Fondazione Targetti, e Michelangelo Patron, Direttore Generale di CFMT. Ospite d’onore della serata è Chris Bangle, eclettico designer che è stato per 17 anni a Capo della divisione Design del gruppo BMW.
Dopo aver presentato l’ospite, Leonardo Previ saluta il pubblico lasciandolo con un interrogativo: il titolo del Forum di quest’anno, “Imparare il presente”, che è stato effettivamente azzeccato per un certo numero di incontri di questa edizione, sarà adatto anche in quest’ultimo caso?
Appena è salito sul palco ed ha iniziato a parlare, Chris Bangle ha spazzato via ogni dubbio che gli spettatori potessero avere. Con un senso dell’umorismo degno di un cabarettista e una straripante carica creativa, Bangle ha tenuto il pubblico con occhi incollati e orecchie ben aperte per tre quarti d’ora, trattando alcuni tra gli argomenti più cari a questo Forum: come un pensiero visivo può aiutare il mondo degli affari? Come può essere sfruttata la creatività in questo campo?
Chris Bangle ha ricordato alla platea che c’è solo un momento in cui si può agire facendo qualcosa per noi stessi, e quel momento è il presente nel quale viviamo, momento che dobbiamo cercare di sfruttare appieno.
Facendo affidamento sulla sua pluriennale esperienza di designer, Bangle ha paragonato la sua professione a quella di un qualunque manager, il cui compito principale consiste in una costante comunicazione coi colleghi, coi clienti e perfino con l’essenza di un’azienda. Spesso però il messaggio comunicato non è chiaro, ci sono delle incomprensioni, si creano degli intoppi. Ecco allora come l’arte e la creatività possono venirci in aiuto attraverso le rappresentazioni grafiche delle nostre idee, che siano quanto più dirette, graffianti e sincere possibile per poter essere espresse al meglio.
Il designer americano ha guidato il pubblico attraverso un viaggio che ha percorso la sua carriera in BMW e la sua nuova vita in Italia, sottolineando come l’arte debba essere una compagna di vita, da portare sempre con sé, per fare risaltare ogni aspetto della giornata anche al di fuori dell’ambito lavorativo. “L’arte può far spuntare fuori l’io interiore di ogni persona”, ha dichiarato. In un ambito come quello manageriale, in cui le aspettative e le apparenze giocano un ruolo fondamentale, la creatività può aiutare ad assumere un atteggiamento meno formale e più rilassato.
Attraverso alcuni veloci sketch sulla lavagna messa a sua disposizione, con il supporto di un’efficace presentazione video e grazie all’ausilio di aneddoti legati alla pratica del car design, Bangle ha letteralmente illustrato perché una comunicazione visiva è certamente più diretta di un asettico e invecchiato schema aziendale, e come un disegno riesca a essere esplicativo, ad illuminare la mente altrui, a trasmettere in modo immediato il messaggio in esso contenuto. Comunicare, ha ricordato, vuol dire creare metafore, vuol dire illuminare, vuol dire mostrare; ognuno di noi dovrebbe riuscire a trovare la metafora all’interno della propria vita.
Passando poi ad alcune tematiche più strettamente legate all’ambito manageriale, Bangle ha spronato la platea, sfidando alcuni luoghi comuni e dichiarando che avere la botte piena e la moglie ubriaca non è solo possibile, ma addirittura auspicabile! Bisogna cercare di ottenere il meglio, sempre. Per arrivare al cuore di un cliente è importante non solo fare le cose in modo costrittivo, ma voler fare le cose, creando la possibilità di farle e comunicando la passione per il proprio lavoro.
Chris Bangle ha lanciato anche un avvertimento fondamentale, sottolineando quanto sia importante tenere sempre aperta la mente e non cadere nella trappola del “never seen it before, that won’t work, no our brand” che impedisce alle menti e alle aziende di progredire e di andare avanti.
A fine lecture, numerosi interventi del pubblico, che hanno dato prova di quanto sia importante, oggi più che mai, mantenere una mentalità fresca e ricettiva, con il giusto “mind setting” che permetta di sfruttare al meglio il proprio talento.
Per i saluti finali ha ripreso infine la parola Leonardo Previ che, esilarato anch’egli dal contagioso ottimismo di Bangle, ha espresso la propria soddisfazione per l’incontro finale, che è infatti risultato una summa dei temi trattati lungo tutti gli incontri del Forum di quest’anno.
Con l’augurio di essere sempre più creativi e di visualizzare al meglio le proprie idee, con gli ultimi ringraziamenti a Partner, Università, volontari e ovviamente pubblico, si è chiusa la 4° edizione di Art For Business Forum.

Ginevra Are

 

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Report: Cultura di massa e cultura d’élite

È così vero che il prodotto di massa può nascere solo da una cultura di massa?
Quale rapporto esiste o dovrebbe esistere tra l’arte contemporanea e il consumo?
Oggi le imprese dialogano con le arti ma non sempre il confronto con l’arte contemporanea è semplice e diretto. Nonostante l’arte contemporanea interpreti il suo tempo con atteggiamenti a volte profetici, molto spesso l’artista è distante dal gusto della massa e con la sua attività si fa pioniere dell’apertura degli schemi cognitivi senza dare risposte compiute, ma spiazzando e aprendo al dubbio. Questa difficoltà, insita nel contemporaneo, porta a volte la stessa cultura corrente a distanziarsene come reazione e risposta di una società più conformista.
L’arte contemporanea fa parte di una cultura di élite sostenuta prevalentemente dagli addetti ai lavori, contrapposta a una cosiddetta cultura per tutti solitamente intesa come standardizzata, più rozza o addirittura come una sottocultura. Sottintesa all’idea di cultura di massa si trova quindi quell’idea di fruizione di massa che spinge alla produzione in serie, economica e commerciale. Interrogandosi quindi sul rapporto tra cultura d’élite e cultura di massa non si può fare a meno di domandarsi se il prototipo, creativo e unico per definizione, non venga in un certo senso ucciso con il passaggio alla produzione in serie. Sperimentale e commerciale possono coesistere? E se sì, con quali logiche?

Il primo dei relatori a contribuire alla discussione è Antonio Ricci. Il suo lavoro in televisione si basa su una produzione culturale in cui vanno inseriti costantemente significati simbolici; com’è possibile rinnovare il prodotto senza incorrere nello stereotipo negativo di una televisione che produce solamente una cultura di massa? La televisione ospita difficilmente la cultura, perché la caratteristica principale della cultura è il suo costruirsi attraverso un dibattito. La televisione è, invece, il “luogo del pregiudizio” in cui non c’è spazio per una conversazione. Nella creazione dei contenuti per i suoi programmi, Antonio Ricci dice di essersi sempre ispirato alla strada, come fonte non solo di notizie, ma di vera e propria conoscenza, contrariamente alla piazza con la sua retorica dalla quale si possono ricavare solo informazioni sommarie. Nonostante sia il successo dei numeri a concedergli la libertà necessaria per creare i contenuti dei suoi programmi, è sempre necessaria una mediazione per inserire la qualità singolare di una cultura più alta in un prodotto il cui fruitore è la massa, tenendo ovviamente conto che c’è massa e massa e che è sempre fondamentale non dare messaggi incoerenti a vari livelli.

Ramin Bahrami, musicista, ha una posizione lievemente diversa. La contemporaneità, dice, non può esistere se non si guarda al passato. Suonando musica classica, quasi prevalentemente Bach, in giro per il mondo, accompagnato da un successo unanime e incredibile, Bahrami sottolinea come la contemporaneità nella musica si ritrovi costantemente proprio per la sua capacità di connettersi con l’interiorità più profonda dell’uomo. È così che Bach può entrare nella top ten insieme a Lady Gaga. La musica non è mai lontana dalla massa, ma c’è necessità di sostenere la cultura e di lavorare soprattutto perché i giovani si avvicinino ad essa per conoscere, conoscersi e affrontare meglio passato e presente.

A riportare il discorso nell’ambito più pratico della produzione industriale ci pensa Carlo Guglielmi, Presidente di FontanaArte, proponendo il suo punto di vista riguardo alla possibilità di conciliare l’originalità del prototipo con la produzione industrializzata. Il punto principale riguarda l’adozione di una “logica della qualità”, in contrapposizione a una “logica della quantità” dominante nella modernità. Logica della qualità dal punto di vista imprenditoriale non significa rinunciare ai grandi numeri necessari al successo commerciale, bensì vuol dire attivare un dialogo e una comunicazione produttiva come base di una cultura del progetto che porti all’incontro tra l’intuizione culturale, il messaggio, e la velocità imprenditoriale, il mezzo. I numeri saranno conseguenza della qualità.

Alle stesse conclusioni, pur partendo da una storia imprenditoriale diversa, giunge Elena Miroglio, Executive Vice President di Miroglio Group. La creatività e il messaggio culturale sono stati inseriti nel Gruppo Miroglio in un tempo successivo su una tradizione consolidata di grande produzione manifatturiera. Il fenomeno omogeneizzante della globalizzazione ha reso necessaria una riflessione sulla necessità di recuperare l’originalità del prodotto; differenziarsi non vuol dire essere in contrasto con il mercato dei grandi numeri ma vuol dire offrire contenuti, caricare il prodotto di un messaggio valoriale che si trova osservando e rimanendo in contatto con la realtà, con il proprio contemporaneo, in modo quindi da facilitare quell’intuizione che è alla base del processo creativo. Importante a questo fine è, nel Gruppo Miroglio, creare situazioni di collaborazione tra professionisti e artisti soprattutto a scopo formativo; un’adeguata formazione interna e revisione dei processi creativi nel rapporto tra l’arte e l’azienda sono il vero contenuto da veicolare all’esterno, in contrapposizione con una comunicazione dell’immagine che da sola rischia di essere vuota.

Filo conduttore di tutta la discussione si rivela essere quindi il tema della comunicazione e del dialogo tra arte, contemporanea ed elitaria in certi versi, e aziende, orientate invece al consumo di massa. È attraverso questo dialogo che passa la ricerca del valore e del contenuto culturale che può in questo modo essere inserito in una produzione destinata a grandi numeri, sempre a patto che ci sia qualità, mestiere e una certa dose di creatività.

Silvia Giangiuliani

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Report: Framing Decisions

Lezione tenuta da Dario Villa. La fotografia come metafora decisionale. Osservare, decidere, raccontare, rappresentare e sviluppare nuove competenze da parte di coloro che vivono l’organizzazione dal suo interno, e non solo, sono i temi centrali dell’approccio focus on business. Temi, questi, che si caratterizzano anche come fattori centrali dalla tecnica fotografica.

All’interno dell’universo organizzativo, sempre più complesso e articolato, il prendere decisioni è sicuramente uno dei fattori che ricoprono un ruolo centrale, anche in virtù dell’alto coefficiente di rischio ad esso associato. Decidere, dal latino de-caedere ossia “tagliare”, implica una forte assunzione di responsabilità, in quanto ha essenzialmente a che fare con due distinti processi: scegliere qualcosa e, al contempo, non scegliere qualcosa. Tale atto è generatore di incertezze. Aver deciso di scegliere una determinata opzione genera il dubbio: sarà stato corretto?
Le persone non sempre prendono decisioni in maniera razionale. Il processo decisionale può essere fortemente influenzato dalla modalità con cui viene presentato il problema. Gli scostamenti decisionali sono cioè influenzati da un fattore di incorniciamento, dal cosiddetto framing. In termini generali, possiamo affermare che insito nel tema della cornice vi ritroviamo quello della consapevolezza, la quale può essere accresciuta anche attraverso la pratica della fotografia. Le fotografie nascono, infatti, da un processo di incorniciamento, a cui segue il momento della decisione, il click, lo scatto. Realizzare una fotografia implica dunque una scelta tra ciò che scelgo di inserire all’interno del mirino e ciò che decido di escludere.
Il cellulare è oggi la macchina fotografica per eccellenza; chi non ne possiede uno con fotocamera? E, in questo senso, diviene un importante strumento per l’allenamento del nostro comportamento decisionale.

Nella metafora della fotografia possiamo rintracciare tre tematiche chiave. La prima è quella del punto di vista; ad esso sono associati differenti fattori: la posizione, l’approccio e i pregiudizi. Il modo in cui ci avviciniamo o ci allontaniamo dal nostro contesto decisionale influenza la nostra decisione. Lo zoom ci può dunque avvicinare, facendoci però perdere in parte il contesto di riferimento, o allontanare, determinando in questo modo una visione allargata, denotata però da una perdita di dettagli. Oltre alla posizione in cui ci poniamo nei confronti delle decisioni, anche l’approccio condotto, ossia l’angolazione assunta rispetto alla scelta che deve essere presa, risulta determinante. Osservare il contesto con occhi nuovi cambia profondamente la sua visione e comprensione, veicolando differenti soluzioni al problema. La fotografia si basa però sulla tecnica della prospettiva; riuscendo talvolta a mistificare questo elemento, crea delle illusioni che possono condurre a degli errori di comprensione, al pari dei pregiudizi. Questi, in ambito organizzativo, ci guidano a reiterare i medesimi comportamenti decisionali, in virtù di un’abitudine ad agire in quel determinato modo. Diviene dunque fondamentale attuare tecniche e strategie differenti che, considerando in maniera sistemica tutti questi fattori, consentano il concretizzarsi di un nuovo approccio alla realtà.
La seconda tematica è quella dell’attenzione, che a sua volta si declina in due differenti aspetti: la concentrazione e la comprensione. Coerentemente con la metafora perseguita, possiamo assimilare la concentrazione con lo strumento della messa a fuoco che, se debitamente utilizzata, ci consente di evitare il ricadere della nostra attenzione esclusivamente su alcuni specifici dettagli, mentre gli altri rimangono offuscati e poco comprensibili. Solo mettendo a fuoco tutto il contesto si ha la possibilità di definire tutti gli elementi di lettura e di comprendere chiaramente le relazioni che intercorrono tra questi. Il sistema di queste relazioni determina una sorta di complessità decisionale; le organizzazioni e i contesti sono normalmente complessi ed un primo passaggio per leggere la complessità consiste proprio nel comprendere le relazioni che definiscono il complesso decisionale. Non sempre però queste sono chiare ed evidenti, diviene dunque fondamentale considerare il sistema dinamico in cui queste relazioni si pongono.
Vi è infine un’ultima variabile che interviene all’interno del contesto decisionale, la variabile tempo che, sempre nella metafora fotografica, può essere letta attraverso due distinti approcci: la pianificazione e l’improvvisazione. Parlando di improvvisazione bisogna attuare un’apposita specificazione: a differenza di quanto si potrebbe essere portati a pensare, improvvisare non ha nulla a che vedere con la casualità operativa, ma può essere definita come la capacità di agire opportunamente ai cambiamenti del contesto, usando gli strumenti e le competenze che già si possiedono. È questo il fattore che determina l’approdo a una buona decisione.

Attraverso l’esercizio della fotografia abbiamo dunque la possibilità di affinare le nostre competenze decisionali, poiché lo scatto fotografico si delinea come un’appropriata metafora del processo decisionale.

Luca Confalonieri

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Report: Residenze d’artista in azienda

La seconda giornata di Art For Business Forum si è aperta con il seminario Residenze d’artista in azienda. I relatori si sono confrontati sui vantaggi che la presenza di un artista all’interno di un’azienda può generare.

Alvise Chevallard, presidente di Artegiovane, ci ha raccontato quanto sia importante costruire valore sul territorio tramite la relazione proficua che si può creare tra arte e impresa. L’idea che Artegiovane porta avanti è quella, infatti, di superare il concetto tradizionale di mecenatismo e sponsorizzazione (visto spesso sotto una luce esclusivamente economica) in un’ottica di formazione, di crescita, di coinvolgimento dell’impresa e dei dipendenti attraverso, ad esempio, incontri con artisti, visite guidate, creando un vero e proprio percorso formativo all’interno delle aziende proprio per far crescere la cultura dell’arte nel mondo dell’impresa .
Sergio Enrico Rossi ha preso la parola spiegando la scommessa della Camera di Commercio di Milano di intraprendere una collaborazione con gli artisti, che non si limita alla pura “rappresentazione” dell’arte ma consiste in un supporto più concreto ai processi di creazione dell’arte, in quanto solo dall’arte può svilupparsi creatività e, di conseguenza, quel circolo virtuoso e collaborativo con il mondo delle imprese. Rossi sottolinea come, pur essendo numerosissimi gli artisti presenti sul territorio, manchi un saldo collegamento tra il sistema dell’arte e il sistema delle imprese, collegamento che Camera di Commercio vuole contribuire a rafforzare.
Gli artisti Botto&Bruno hanno raccontato al Forum la loro esperienza in Ecotermica, dove sono intervenuti sulla facciata esterna dell’edificio. Alla base del loro progetto doveva esserci un forte legame col territorio, non mimetizzandosi, ma relazionandosi e dialogando con esso. Hanno così creato un racconto a bassorilievo in cui soprattutto i residenti erano in grado di individuare le architetture a loro familiari, ma che non potevano essere colte “a prima vista”, poiché modificate e decostruite. Il progetto ha instaurato un rapporto intimo con il pubblico, perché in grado di fornire uno sguardo in più per comprendere la realtà.
Ma qual è, invece, il punto di vista del committente di questo progetto? Com’è nata l’esigenza, l’urgenza di “chiamare in causa” gli artisti? Ce lo ha spiegato Maurizio Cassano, Direttore Generale di Ecotermica. Non si voleva un’azione calata dall’alto, ma integrata con il territorio. Un iniziale scetticismo ha lasciato spazio alla consapevolezza del valore aggiunto, in termini qualitativi, di questa operazione. Il coraggio è stato quello di coinvolgere fin da subito, nel percorso decisionale (culminato, poi, nella scelta di Botto&Bruno) il territorio, le associazioni, il sindaco e le amministrazioni pubbliche che si sono dimostrate, contrariamente ad ogni aspettativa, molto interessate e interattive.
È la volta di Catterina Seia, che ha spiegato come non sia sufficiente prendere gli artisti e inserirli nelle aziende per creare valore. «L’arte si sposa bene con le persone che amano il rischio» diceva giustamente Rothko, dal momento che l’utilizzo dell’arte comporta inevitabilmente l’avventurarsi in ambienti nuovi, diversi, estranei. Occorre che l’impresa si rivolga a professionisti i quali, a loro volta, danno vita a una progettualità che deve essere condivisa dall’esterno e dall’interno. Solo così un intervento artistico può diventare un’opportunità per creare cultura d’impresa, per interrogarsi, narrarsi e comunicare. È importante scegliere le persone giuste per il luogo giusto, avere chiari in mente i rischi e le opportunità. Se il progetto è puramente decorativo o estemporaneo rimane effimero, occorre consistenza.

Valeria Cantoni ha chiuso il seminario razionalizzando quanto emerso attraverso alcuni disegni. Per favorire l’ingresso di un’artista in un’azienda al fine di creare valore, è necessario abbattere il muro che automaticamente si viene a creare fra artista e dipendenti, stimolare il territorio, il pubblico, programmare una buona comunicazione interna prima che esterna. Gli strumenti necessari sono la fiducia reciproca, il commitment dall’alto, il coinvolgimento a tutti i livelli, la costruzione di un ambiente (fisico o virtuale) adeguato per accogliere l’artista e la chiarezza degli obiettivi. I risultati che la collaborazione tra artisti e impresa può generare sono il rafforzamento dell’identità aziendale, la creazione di un gruppo più coeso, la generazione di un forte impatto sull’ambiente e sui valori dell’impresa, e il miglioramento dei prodotti, dei processi e dei servizi.

Gisella Di Bari

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Report: Raccontare il presente

Il Teatro dell’Arte di Milano viene occupato non da attori e pubblico, bensì da un’artista affermato, Patrick Tuttofuoco, trentasette anni non dimostrati, sorridente, viaggiatore, aperto al confronto, e da un insieme di individui che di lì a poco sono diventati un gruppo di lavoro affiatato.
Lo scopo della mattinata è rendere visibili dei pensieri, concretizzare ciò che ognuno si porta dentro come persona e come professionista all’interno di un contesto organizzativo, ovvero inseguire quelli che sono gli obiettivi principali di Art For Business: raggiungere una presa di consapevolezza attraverso un processo creativo che sfrutti e sviluppi l’intelligenza estetica dell’individuo.

Marco De Guzzis, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Editalia, introduce il workshop riprendendo il tema generale del Forum, quello del Presente. In campo lavorativo (e non solo) si dà per scontato che tra passato e futuro ci sia un percorso lineare. Eppure ci rendiamo conto che il presente è complesso ed è per forza di cose un elemento di discontinuità, che va vissuto nella sua non linearità. Un metodo possibile per dare una lettura al presente è giocare: l’arte è sicuramente un gioco che ci può aiutare a scomporre e ricomporre pensieri, concetti, strategie, secondo logiche che vanno oltre i nostri schemi mentali.
Ma cosa vuol dire andare oltre i nostri schemi e giocare con l’arte? Vuol dire conoscere le regole ed appassionarsi, abbandonare la “forma”, lasciar fluire le suggestioni, uscire dai nostri codici di visione ed interpretazione delle cose.
Patrick lancia un assioma illuminante: “il presente è l’unico momento di potere che abbiamo” . È nel qui ed ora che possiamo trovare il cambiamento, in noi e in quello che ci circonda. Un cambiamento che dobbiamo mettere in atto se vogliamo rimanere coerenti con la nostra realtà, in continuo mutamento e, soprattutto, veloce e ricca di informazioni. La conoscenza è difatti sempre più frammentata, complessa. Proviamo allora a prendere qualcosa di lineare, come un libro, e a capirlo non più attraverso una lettura lineare, ma forzandolo in una frammentarietà che ci obbliga a utilizzarlo ed interpretarlo con strumenti e percorsi diversi da quelli che conosciamo.

Guidati da Patrick e Stefano Cardini, art director di Trivioquadrivio, i partecipanti sono invitati ad unire contesti lontani, utilizzando diversi codici espressivi, per trasformare le parole di François Jullien in visione. Il risultato è un libro, esso stesso composto di tante parti, smontato, rielaborato e rimontato, da un gruppo di persone: una doppia molteplicità per un lavoro fatto di mani e pensiero.
I partecipanti hanno dato sfogo con gusto alla propria creatività, soprattutto grazie al senso di collettività, che ha permesso loro di sentirsi parte di un qualcosa più grande di loro. Uscire dagli schemi è stato più semplice grazie al gruppo, sebbene la totale libertà abbia inizialmente spiazzato alcuni. Ma dagli interventi appare evidente come disagio e spaesamento siano stati facilmente superati attraverso la condivisione dell’esperienza e la sensazione del divenire, del potersi esprimere nel qui ed ora per ottenere un prodotto che leghi ed appartenga a tutti.
Al contrario di ciò che viene oggi insegnato a scuola, non esiste sempre una risposta esatta ad una situazione: accettare la libertà, il vuoto, la pagina bianca, l’imprevisto, il caso, non è facile, ma è quello che serve al manager di oggi. Troppo spesso le figure leader sono ossessionate dal controllo; accettare il caso come elemento base del loro lavoro è necessario per riuscire ad affrontare il presente con efficacia e rispondere a domande che ancora non esistono.

Il cambiamento è sotto i nostri occhi, quello che manca a tutti noi e alle organizzazioni è il coraggio. Il coraggio di andare oltre ciò che è noto, di aprirsi agli imprevedibili risultati con fiducia, che proviene dalla confidenza nata nell’esperienza, come ci insegna Jullien ne “Le trasformazioni silenziose”, parlandoci della cultura cinese.
D’altronde le conoscenze non si hanno: o si scambiano o muoiono. L’impresa potrebbe essere il luogo migliore per ottenere uno scambio di conoscenze, poiché è nei suoi interessi che questo avvenga. Quale potrebbe essere il primo passo? Accettare il rischio e dire sì. Sì al nuovo. Sì allo sconosciuto. E ricordarsi che la libertà è, innanzitutto, oblio.

Paola Galassi

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Report: François Jullien | Imparare il presente, riconoscere il cambiamento

“Il presente richiede attenzione, ascolto, cura, consapevolezza. Per riconoscere il cambiamento bisogna vincere la difficoltà di stare sul presente”.
Le parole di François Jullien ci giungono da una disciplina come la filosofia e richiedono pazienza e dedizione. Nel corso del dibattito del Forum si sono individuate tre parole che più di tutte si prestano a conciliare il rapporto arte-business: scarto, modello ed energia. Sarà su queste tre parole che la riflessione di Jullien si svilupperà.
I filosofi vengono originariamente dalla Grecia, ma si confrontano con la Cina. Il pensiero cinese invece è stato per molto tempo senza contatto con l’Europa, per questo ha potuto svilupparsi in modo sensibilmente differente. È importante agire sugli scarti tra le due culture. Scarto si è detto, non differenza; la differenza si inserisce in una dimensione sovrastante, per questo qui si parla di scarto il quale non implica questa presa di posizione. Il dialogo tra culture può davvero avvenire ora, perché l’Europa non è più in una posizione egemonica e questo le permette di riflettere più profondamente sul modo in cui dialogare, sui termini messi in discussione.

La domanda che ci poniamo a questo punto è: come si può gestire il presente in un modo strategico?
L’Europa storicamente ha risposto producendo, inventando e ragionando in termini di modellizzazione, cioè avendo un piano ben definito di azione strategica che fondava le sue basi teoriche nel “dover essere”. Questa concezione deriva dalla Grecia: “la strategia in vista della battaglia, la battaglia in vista della guerra, la guerra in vista del fine politico: la strategia dei fini”. In Cina la concezione della realtà è molto diversa, per prima cosa esiste una situazione che deve evolvere e giungere a maturazione; lo stratega cinese rileva da questa le opportunità, in modo naturale, dando la propria valutazione delle potenzialità della situazione, e solo sapendola sfruttare sapientemente in tutti i suoi aspetti giunge alla vittoria. Per questo il miglior generale è quello che fa il minor sforzo possibile, e le truppe che hanno maggior successo non dovrebbero nemmeno combattere.
La domanda che sorge è se la modellizzazione a questo punto non sia solo un fardello. Dobbiamo però ricordarci che è stata fondamentale per l’Europa, ed è grazie ad essa che è divenuta potente nel XIV e XV secolo; nello stesso periodo la Cina rallentava il suo cammino al progresso. L’Europa si è avvalsa inoltre della fecondità politica della modellizzazione, che ha un rapporto diretto con la democrazia. Lo si vede nella logica del programma elettorale: ci sono programmi politici che vengono discussi e che altro non sono che previsioni, modelli della volontà di trasformare il mondo, lo stato di cose, e che sono fonte di discussione.
La Cina di oggi si mobilita velocemente, e sempre più progressivamente dovrà ricorrere alla modellizzazione perché persegue un certo tipo di efficacia occidentale dell’applicare, dell’agire, del fare. Eppure la Cina è una civiltà che non ha conosciuto epopee, e una parola chiave del suo sistema mentale è “non agire”, l’agire è visto tradizionalmente come una forzatura. Tipica è invece una visione della trasformazione che ha un approccio globale e non individuale, in cui diversi fattori presenti nella situazione provocano insieme il cambiamento, dando così luogo a delle trasformazioni silenziose. Lo stratega cinese aspetta ad agire quando è sicuro della vittoria. Con questo riusciamo a spiegarci come è stato possibile il salto della Cina contemporanea, che non ha avuto una frattura e un brusco evento, ma ha camminato in modo discreto come un processo, affrontando un percorso in modo sordo, mentre il risultato è stato sonoro ed evidente per tutti.
Ad oggi il modo più maturo di porci davanti a questi scarti significanti è probabilmente quello di incrociare le due visioni sul problema del presente: modellizzazione, e conseguente mobilitazione, con la maturazione e proiezione dell’idealità e identificazione delle risorse.
L’accesso al presente è di per sé inconsistente: i Greci avevano già compreso che il presente è un punto di attraversamento, ed è problema da sempre molto dibattuto come dare consistenza a questo istante che fugge sempre tra il “già stato” e il “non ancora”. Eraclito parlava di coloro che non hanno accesso alla filosofia come di “presenti ma assenti”, sospesi in una sorta di limbo, di compromesso tra la presenza e l’assenza.
Vengono in mente, dice Jullien, quei turisti forniti di macchina fotografica tutti intenti a scattare, come volendo inscatolare la realtà, mettendola al riparo dal suo scorrere imprevedibile ed effimero; però così la scoperta viene meno e si è rassicurati dal fatto che si possa tornare a vedere dopo, un po’ come il registratore dello studente a lezione, che consente di essere forse meno attenti e vigili alle parole del professore in aula. La tecnica sembra in questi casi sparpagliare la nostra presenza.
Sempre Eraclito sosteneva che si pensa al presente non come lo si incontra, ma come lo si immagina, quindi come “sembra”, nella doxa: l’opinione.
Per accedere al presente appare chiaro che non bisogna rimandare, e non bisogna ridurre l’attenzione su ciò che in ogni momento accade e si manifesta; bisogna assumere l’incontro, non sostituirlo. Tendenzialmente viviamo nella media, nella doxa, come in una sorta di abitudine dove tutto è un po’ avvilito e sciupato. Per evitare questo appiattimento e spegnimento bisogna evitare la procrastinazione, ed anche la troppa familiarità che attutisce l’intensità di un avvenimento. Mantenere il presente perché non posso e non devo supporre di poter tornare nelle medesime condizioni.
Parallelamente bisogna accettare il consiglio della Cina, quindi imparare e accettare di differire. Differire significa essere fiduciosi dello sviluppo dei processi in corso, lasciare posto all’immanenza, cioè a ciò che sfugge; questo darà un frutto che non so nemmeno immaginare, e che neppure mi aspetto. Un po’ come quando si dice che “la notte porta consiglio”, così questo processo che sfugge a una vigile consapevolezza, agisce e lavora, portando le cose ad evolversi: durante la notte qualcosa infatti si è fatto strada in noi, ma lo si scopre solo la mattina.

In conclusione, dopo la discussione tra gli ospiti presenti, Jullien termina parlando dell’ultima parola chiave: energia, che rappresenta un altro punto di scarto tra il pensiero cinese e quello occidentale. In Cina esiste un concetto che significa energia, soffio, respiro; esiste proprio una fenomenologia del respiro, con una fase di apertura e di chiusura. Per i cinesi il mondo muore e rinasce ogni giorno, e questo segna la continuità del processo: il passaggio è continua transizione. La forza della Cina è che sa fare come noi, ma anche altrimenti, accogliendo, in armonia, l’esterno. L’Europa pensa alla percezione, la Cina percepisce e repira.
E su queste suggestive considerazioni e approfondimenti circa la cultura orientale, François Jullien ci saluta, terminando l’ultimo emozionante incontro del primo giorno del Forum 2011.

Laura Ghirlandetti

 

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Report: 6×6 Esplorare le parole

Sei artisti provenienti dai campi più svariati, sei parole nate dall’urgenza di misurare e lanciare i dadi della nostra contemporaneità. Valeria Cantoni presenta i partecipanti e gli argomenti dell’incontro 6×6: Esplorare le parole.

Cesare Pietroiusti, artista fuori dall’ordinario in linea con le avanguardie degli anni sessanta/settanta, prende il microfono per dare immediatamente la parola al “purè di fave di Giovanni”. È proprio questo purè che ci introduce al tema del piacere, raccontando il rapporto con il suo creatore, di cui è l’amalgama ininterrotta del discorso, vicino alla propria origine quanto alla propria fine. E se la fine ha a che fare con l’intensificazione del piacere, il purè di fave ci tiene a sottolineare che le due cose non coincidono affatto come noi crediamo. Il piacere non può essere il momento della scarica, dell’azzeramento del desiderio, della liberazione dalla fame. Giovanni, infatti, il suo creatore, non lo considera più come un cibo la cui funzione è liberare dalla fame qualcuno: la fame è un’urgenza che va sentita e non sentita, uno strumento che va utilizzato. Così facendo si potrà raggiungere una sospensione tra la tensione del desiderio e la scarica che segna la fine del piacere. Lo scopo quindi non dovrebbe essere l’andare – non c’è meta – ma lo stare. Stare nell’attesa, renderla fluida, trasformarla essa stessa in un piacere, senza più distinzioni. Anche Epicuro, d’altronde, diceva: “Il piacere fondamentale è la vita”. In un mondo sempre più veloce, che punta sempre più al risultato, al “tutto e subito”, questa idea di godimento a lungo termine risulta rivoluzionaria. Pietroiusti ci invita a “creare il tempo, invece di consumarlo solamente”, attraverso la sensibilizzazione dei sensi che distruggono ogni regola temporale e ci donano una nuova dimensione, quella delle piccole cose, del piacere presente in ogni momento, possibile solo stando sull’orlo, sul baratro, con coraggio e in uno stato di totale abbandono, combattendo contro la nostra fretta di consumare, che altro non è che paura di desiderare.

I bambini questa paura non ce l’hanno, ed è per questo che sono gli esseri umani più organici e liberi: riescono a stare, senza doverci pensare, stanno e basta; provano piacere nel mangiare, nel guardare, nel toccare, nel giocare. Tornare a giocare è un ottimo metodo per riappropriarci di noi stessi e lo sa bene Mauro Sargiani, scrittore a cui, improvvisamente, le parole non sono più bastate. Ma incominciamo dal principio. La poesia è gioco. La poesia è musica. La poesia è l’opposto della norma che insegnano a scuola, che tende a mettere in ordine le parole scelte dai bambini in modo che raggiungano uno scopo preciso. La poesia è libertà: quella propria, da coltivare, e quella degli altri, da rispettare. Libertà anche dagli stili: “Contro il governo dannunziano dello stile super aggettivato.. preferisco stare con i Sex Pistols” – perchè la poesia è come un cibo buono, che consegniamo a qualcun altro come nutrimento e che può prendere infinite forme una volta inghiottita da un altro organismo. Mauro ha sentito il forte bisogno di comunicare, di nutrire, di trasformare qualcosa e donarlo a qualcun altro a cui poteva essere utile.. ma “le parole non misuravano più il mondo e il mondo non voleva più farsi misurare dalle parole”. Ed è da quest’urgenza che nasce Elefante Rosso Produzioni, sul cui sito si possono vedere i tavoli e gli altri mobili unici costruiti a mano da Sargiani. Tra questi, il tavolo Talit, utilizzato durante le conferenze di Art For Business Forum 2011: alla prima occhiata un tavolo “normale”, che nasconde però segreti, giochi di colori, incastonature, cassetti, doppi fondi. Il costruire ha risposto al bisogno di cambiare abitudini, di “emigrare dagli schemi fino a quel momento conosciuti”, obbligando Mauro a movimenti e tempi diversi utili nel proprio lavoro, come nella vita. Arte e vita sono per l’artista una cosa sola: l’artista non fa, l’artista è.

Piccole precisazioni che fanno la differenza, dettagli che danno la svolta, come quelli che cerca e studia Gianandrea Noseda, direttore d’orchestra di fama internazionale. La musica è un cibo buono, direbbe Mauro Sargiani, e sta alla curiosità e al talento del direttore e del musicista coglierne il senso e farla propria. Nel ritmo quotidiano scandito da una tendenza alla velocizzazione, all’ottimizzazione del tempo, siamo sempre più facilmente condotti alla superficialità, alla distrazione. Emerge dirompente la necessità, l’essenzialità della finezza; quell’elemento che ci rapisce dal vortice della frenesia e ci riporta verso la riflessione. ”Lavorare sull’essere e non sul fare”, è questo il punto di partenza del maestro Noseda. L’analisi della parola “dettaglio” condotta nell’ambito della propria realtà lavorativa si compone di numerose sfumature, dalla capacità di lettura allo spirito di curiosità, dall’attenzione all’osservazione. La pratica musicale è cosi rappresentata come un linguaggio ludico, capace di instaurare un’aurea intima, aprendo le porte alla nostra percezione sensoriale. Il dettaglio nella musica è quell’elemento che presuppone la capacità di stupirsi, che ci porta ad accettare con coraggio la consapevolezza di non essere detentori di alcuna verità, e che ci insegna a prenderci cura anche del particolare più piccolo più infinitesimale, arricchendolo d’infinite sfumature. ”Più piccola è una nota più cure necessita”. Ed ecco che la musica si trasforma in parole e librandosi nell’aria pizzica le corde dei sentimenti. Attraverso il racconto di un episodio che ha caratterizzato il suo primo impiego come insegnante, Noseda ci narra di essersi spogliato dalle vesti di educatore per lasciarsi guidare all’apprendimento di quell’abilità che solo l’innocenza può insegnare. La storia si arricchisce così di nuovi protagonisti: Iacopo e le formiche. Durante una gita al parco con il maestro Noseda, mentre i compagni giocavano indisturbati, Iacopo richiama l’attenzione dell’insegnante facendogli notare gioioso, la presenza di una buca gremita di formiche. In un mondo fatto di apparenze finzioni e ruoli malamente interpretati, la chiave di volta continua a essere la semplicità, quella estremamente pura dell’innocenza. E quale guida migliore alla vita potremmo trovare, se non quella di un bambino che t’invita a osservare nell’infinità di una superficie un insieme di formiche che operano la terra? Quale migliore mentore può portarci ad abbandonare la sterile disattenzione adulta e indirizzarci all’osservazione spontanea del dettaglio, alla cura per l’attenzione? Il dettaglio è fondamentale perché potrebbe darci la chiave del pezzo e, volendo, stravolgere completamente la nostra lettura precedente.

Bisogna avere il coraggio di farsi cambiare dalle cose e, di conseguenza, rinunciare a qualche nostra certezza. Mettersi in uno stato di instabilità, che non è di per sé uno stato negativo; Giorgio Barberio Corsetti, regista romano di teatro sperimentale, sottolinea come persino la parola verità, in greco, sia composta da una negazione: Aletheia – non essere nascosto. Essere instabili ci obbliga a stare all’erta o, meglio, in ascolto. È questa l’essenza del lavoro del regista, che deve ascoltare i propri attori, capire cosa si muove dentro di loro e incanalare il tutto in modo che sia funzionale all’insieme. Si parla di un ascolto attivo, necessario a coloro che cercano di superare la paura dell’ignoto – la stessa paura che ci impedisce di tentare, di sentirci liberi di sbagliare, la stessa paura su cui fanno leva tutti quelli che ci vogliono opprimere. Ma l’instabilità, va ricordato, c’entra anche con l’esporsi, con l’avventura. Un concetto che per l’artista è bene rappresentato dal momento delle prove generali, espresso in termini metaforici attraverso il racconto di un viaggio in macchina verso Roma dove, a causa di un incidente sull’autostrada, si determina un incolonnamento; mentre l’artista procede in direzione opposta, osserva le macchine inconsce procedere serenamente verso il blocco stradale senza sapere quello che li aspetta. Ecco che il lavoro degli attori e del regista assume l’essenza di un cammino verso un tempo contrario a quello percepito, un viaggio dal futuro verso il presente, dove gli attori non sono mai esecutori meccanici e ripetitivi di uno stesso tragitto, ma veicoli che cercano di dare una direzione a quello che si crea. L’instabilità non ci permette di fuggire dal qui ed ora ma ci obbliga a essere presenti e consapevoli delle nostre azioni in ogni momento.

Al contrario, molti di noi si costruiscono vie d’uscita – dal lavoro, dalle relazioni, da se stessi. Come? Seminando malintesi. Il malinteso altro non è che una via di fuga per noi, o una trappola per qualcun altro. Lo definisce così David Riondino, artista multitasking, che ha sperimentato tutte le strade dell’arte. Ma quando la parola malinteso può assumere un significato positivo? Riondino trova un esempio illuminante, quasi romantico: il Don Chisciotte della Mancia.
- Visto? Sono mulini.
- Certo che sono mulini, ma fino ad un attimo fa erano giganti. Si sono trasformati per impedirmi di raggiungerli.
La realtà che vediamo è solo una delle tante possibili, quella che il manipolatore di turno ci propone. Don Chisciotte accetta di stare nel malinteso e fa della propria vita un’azione eroica degna d’essere vissuta. Nel gioco del malinteso, sta il suggerimento: siate oltre l’apparenza.

Abbiate il coraggio di vivere, come esorta Odile Decq, architetto francese, autrice del Macro a Roma. La condizione in cui viviamo, aggiunge, non è mai l’unica possibile; bisogna cercare di pensare e agire diversamente, accettare di potersi perdere per trovare cose nuove. L’innovazione parte da noi, dalla nostra cultura, così ricca, unita alla capacità di rischiare. Non esiste creatività senza coraggio. Per questo l’unica consegna che Odile dà ai suoi studenti di architettura è sognare. Sognare un altro mondo possibile – sognare anche l’impossibile. Non si tratta di un invito all’utopia, ma andare oltre il conosciuto con entusiasmo e responsabilità verso il futuro.

La Dottoressa Cantoni raccoglie le fila dei sei artisti con le loro sei parole e ne aggiunge un’altra: stupore. L’innovazione è qualcosa che accade e provoca stupore, perché trasforma qualcosa di già conosciuto in qualcosa di nuovo. Imparare a stupirsi – o meglio, tornare a stupirsi – è un passo fondamentale per conquistare nuove visioni e portare piccole innovazioni nel proprio quotidiano. Il leader deve mirare alla libertà e alla responsabilità. Come l’artista, è una figura che porta nutrimento e deve insegnare a vedersi nel processo, ricercando e proponendo una nuova consapevolezza. La consapevolezza dello stare.

Paola Galassi, Valentina Nicolò


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Report: Dalla sponsorizzazione all’apprendimento

Da una parte Catterina Seia, dall’altra Jens R. Jenssen. Da un lato il buon insegnamento, dall’altro il giusto esempio. Attraverso il loro contributo durante l’incontro Dalla sponsorizzazione all’apprendimento si è cercato di dare risposta ad alcune domande che tornano sempre più spesso nei dibattiti contemporanei: come è possibile conciliare gli investimenti in arte di un’azienda con il suo core business? Le imprese sono in grado di valorizzare tali scelte?
Nel lavoro effettuato da Catterina Seia, cultural manager, e da Jens R. Jenssen, Direttore HR di Statoil, c’è un punto di partenza comune: l’ascolto. In entrambi i casi, infatti, si è data grande attenzione alle impressioni e alle sensazioni di coloro che vivevano la realtà indagata: da un lato le istituzioni culturali, le fondazioni e tutti gli stakeholder che gravitano intorno al mondo delle sponsorizzazioni, dall’altro i dipendenti della Statoil company.

La Dott.ssa Seia si è resa l’illustre portavoce del X Rapporto Sponsorizzazioni del Giornale dell’Arte; sono stati ascoltati per cento ore i decisori degli enti territoriali (Ministero, Amministrazioni locali, istituzioni culturali di diverso tipo) per comprendere come la rete dei loro rapporti si stesse evolvendo e quali potessero essere le difficoltà nel percorso di cooperazione. Dalle cento ore è emerso come il concetto stesso di sponsorizzazione stia scomparendo, per fare posto a nuove forme di cooperazione; è emersa anche la necessità di una progettualità di lungo periodo non incentrata esclusivamente sulla comunicazione esterna e sul fund raising, ma nell’ottica di esperienze nuove di contaminazione proficua.
Catterina Seia ha citato il Fedro di Platone e ha reso così ancora più evidente la necessità di unire le forze per uno scopo che deve farsi comune: “ Il raccolto sarà abbondante solo se il solco è diritto, se i due cavalli che trainano l’aratro marciano alla stessa velocità.”. In un momento delicato e difficile come questo, bisogna ripartire dal basso per rifondare una partnership che non sia solo accessoria, ma che sia il prerequisito dal quale evolversi. La trasformazione è già in atto, ma la Dott.ssa Seia non ci ha rasserenato e ha sottolineato come tale progetto sia di complicata realizzazione. Entrambi i cavalli hanno un ruolo attivo e solo lavorando insieme potranno svolgere il lavoro al meglio. Le energie ci sono tutte, bisogna saperle sfruttare. “Gli investimenti non devono essere solo di denaro, ma di significato”, e noi siamo alla ricerca di questo significato che insieme alle arti sia capace di farci fare il salto di qualità. Questo è il momento di aver coraggio e di puntare sugli asset immateriali come l’immagine, i valori, la reputazione e le relazioni.

Chi di questi insegnamenti ha fatto tesoro è sicuramente Jens R. Jenssen. In Statoil ha voluto mettere sotto il dipartimento di Risorse Umane l’Art Programme, integrandolo così nel core business aziendale. Scelta azzardata, ma sicuramente vincente. La multinazionale norvegese impegnata nel campo della produzione energetica, dopo aver per anni collezionato opere d’arte, è giunta nel 2008 a mettere in discussione il valore del lavoro di raccolta; gli stessi dipendenti hanno sottolineato come il lavoro di collezionismo e di esposizione delle opere fosse troppo lontano dalla loro quotidianità e poco funzionale per il loro lavoro. Consigliati da critici, collezionisti e curatori di altri Art Programme aziendali, i manager di Statoil hanno scelto di riprogrammare il proprio programma artistico concentrandosi sull’apprendimento. Come afferma Jens R. Jenssen: “ The challenge isn’t buying and showing. It’s learning.”. L’arte quindi come fonte di apprendimento e coinvolgimento profondo delle persone dell’azienda. Jenssen non si ferma qui e continua a investire in arte contemporanea, in artisti viventi di grande qualità, in fotografie e in video installazioni. Attraverso l’esposizione pubblica e la comunicazione delle opere si può portare avanti un progetto di apprendimento che non si arresta alla singola azienda. “Learning and creativity is key to the future of Statoil.”. L’apprendimento e il dialogo tra le varie culture diventa la vera e unica sfida che l’arte deve saper affrontare per sviluppare un’apertura mentale a tutti i livelli. L’Art Programme per farsi strada deve insinuarsi nelle teste dei leader e da qui ripartire per raggiungere il dialogo necessario a un’implementazione di tutta la catena aziendale.
Una nuova frontiera? L’art offshore, ossia portare l’arte sulle piattaforme petrolifere dove finalmente si potranno raggiungere tutti i livelli di integrazione. Arte visiva, letteratura, musica, architettura, design e gastronomia: in fondo la stessa consapevolezza di un bello per tutti.

Si è dunque parlato di arte, di aziende, ma soprattutto di persone che credono fermamente nella possibilità di ricercare una forza comune che possa legare due mondi all’apparenza lontani. Così lontani che mai ci sono apparsi tanto vicini.

Benedetta Marchesi, Elena Sabattini

 

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Report: Che cos’è un’organizzazione contemporanea?

A distanza di quasi un mese dal Forum, gli approfondimenti non sono ancora finiti. A partire da oggi, infatti, verranno pubblicati su questo blog tutti i report degli incontri della due giorni.
Grazie al prezioso contributo degli studenti universitari che ci hanno accompagnato in questo percorso, saranno disponibili on line gli abstract degli interventi di François Jullien, di Chris Bangle e di tutti i relatori che hanno animato Art For Business Forum 2011.

Dopo una breve introduzione ai lavori da parte di Valeria Cantoni, presidente di Art For Business, e di Davide Rampello, presidente de La Triennale di Milano, inizia il primo dialogo di Art For Business Forum 2011. I partecipanti si sono confrontati sull’identità di un’organizzazione contemporanea. Ognuno in base alla propria esperienza ha cercato di definire il rapporto del  manager e dell’artista rispetto alla contemporaneità, indagando lo spirito giusto per poter fruire efficacemente del presente.
Emilio Petrone, AD di Sisal, e Pietro Jarre, Vice President Business Development di Golder Associates Corporation, hanno dato il loro contributo partendo da un punto di vista economico: come viene intesa la contemporaneità nelle aziende? Quale ruolo l’arte occupa in esse? Leonardo Previ, Presidente di Trivioquadrivio, e Davide Rampello hanno indicato il rapporto che l’artista instaura con la contemporaneità e cosa si intende per “contemporaneità”.
Leonardo Previ immagina la contemporaneità come un omino che ha in una mano una grandiosa scatola che rappresenta l’eredità, e nell’altra un bauletto raffigurante il futuro. La contemporaneità è il luogo della scelta in cui bisogna stabilire in quale misura emanciparsi rispetto a un ricco bagaglio ereditario, com’è quello italiano, e come arrischiarsi in un territorio inesplorato. Il focus del dibattito è il ruolo dell’oggi rispetto alle differenti sfere temporali. Come si posiziona l’artista tra queste? E il manager?

Petrone ritiene che il modo più opportuno per dirigere un’azienda e per farla fruttare sia l’innovazione. Un manager che prende la direzione di un’azienda dopo aver avuto dei predecessori si rapporta alle decisioni assunte in passato. La sua capacità risiede nel modificare il “come” della gestione. Petrone porta l’esempio della società di cui è amministratore delegato, Sisal: l’impronta innovativa è data dalla responsabilità sociale. L’impresa ha investito sull’arte svincolandosi dalla sua impostazione predefinita, rischiando a volte di sacrificare la performance dell’azienda stessa.
Rampello, interrogato da Previ sulle possibili modalità di rinnovamento del “come”, parte dalla definizione di presente, poiché ritiene che per cambiare, per innovare, si debba riflettere sul presente e sul rapporto che l’uomo instaura con esso.
Si avvale delle considerazioni di Sant’Agostino per dare una definizione di contemporaneità: “Il presente delle cose passate è la memoria; il presente delle cose presenti è la vista; e il presente delle cose future è l’attesa.”
L’artista deve esser in grado di far tesoro del passato, ma svincolandosene. Questo è possibile soltanto capendo le dinamiche e i processi del presente.
Riflettendo sull’oggi e su se stesso, l’artista muta la visione del mondo, cambia la sensibilità di giudizio. Lo stesso può accadere nelle imprese. Jarre racconta che il presente è un momento eccitante che consente alle aziende di crescere e sprovincializzarsi.

Ricordiamo la contemporaneità in Duchamp, che in una discussione su una sua opera, in forma anonima ha scritto in difesa di Fontana “Mr Mutt ha creato un nuovo modo di pensare quell’oggetto, un oggetto comune collocato in modo che il suo significato utilitaristico sparisse sotto il nuovo titolo e il nuovo punto di vista.”
L’artista è in costante evoluzione: si riscopre continuamente e manifesta ogni nuova forma del suo essere tramite le opere d’arte.
Indubbiamente cambiare è difficile, poiché si va incontro a rischi spesso non preventivati. Operare scelte lungimiranti consente di non compromettere il domani, il futuro. È questo, principalmente, lo scopo della contemporaneità: agire nel presente sempre con uno sguardo al futuro, non dimenticando il passato.
L’uomo deve conoscere se stesso per cambiare la direzione dell’oggi, senza paura di commettere errori. La parola “errore”, come spiega Rampello, deriva da “errare” dunque vagare in diversi luoghi. L’uomo non nasce con la certezza di una meta da raggiungere, ma ha la consapevolezza che percorrerà varie tappe. “Il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8, 20); con tale citazione evangelica il Presidente de La Triennale sancisce l’idea che l’uomo è in grado di innovare e di innovarsi.

Ornella Bonomo

 

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Intervista a Cesare Pietroiusti | La collaborazione

Intervista di Ginevra Are

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Intervista a Emilio Petrone | Cosa accomuna un manager e un artista?

Intervista di Maria Chiara Buffoni

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Intervista a Ramin Bahrami | Esecuzione o interpretazione?

Intervista di Paolo Antonini

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Intervista a Giorgio Barberio Corsetti | Come porsi di fronte a un’opera d’arte?

Intervista di Paola Galassi

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Intervista a Jens Jenssen | Art based learning?

Intervista di Monica Loffredo

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Intervista a Pietro Jarre | L’impresa sostenibile

Intervista di Maria Chiara Buffoni

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Intervista a Mauro Sargiani | Come nasce un oggetto?

Intervista di Benedetta Marchesi

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AFB Forum 2011: continuate a seguirci!

Art For Business Forum si è concluso da qualche giorno, siamo felici dei risultati raggiunti e della vostra partecipazione.
Con questo post cogliamo l’occasione per ringraziare tutte le persone che hanno reso possibile questa quarta edizione del Forum: i partecipanti, le istituzioni, i partner, gli ospiti, i volontari e tutti coloro che hanno creduto nel nostro lavoro e che lo hanno seguito da vicino o da lontano su queste pagine.

A partire da questa settimana pubblicheremo, sempre su questo blog, alcuni approfondimenti sul Forum: video, interviste ai protagonisti, abstract degli incontri scritti dai volontari, fotogallery e tanto altro ancora…continuate a seguirci!

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Chris Bangle: Designing the Present

19.15: La platea del teatro dell’arte comincia a riempirsi nell’attesa dell’inizio della lecture. Ad accogliere il pubblico il benvenuto di Chris Bangle disegnato sulla lavagna già predisposta sul palco.

19.37: Le luci si spengono e parte la presentazione. Una serie di foto vengono proiettate al ritmo di un battito cardiaco: Imparare il Presente. Leonardo Previ dà il benvenuto alla lecture di chiusura del Forum.

19.45: Sono doverosi i ringraziamenti a coloro che hanno reso possibile l’organizzazione di questo evento.

19.50: In che modo il pensiero visivo può aiutare il mondo degli affari? Stasera risponderà a questa domanda Chris Bangle in un discorso articolato in due parti, prima con le parole e poi con le immagini. Sale sul palco Chris Bangle.

19.55: “Designing the Present”. Non si deve accettare una sola condizione, ma cercare di avere tutto. In poche parole “botte piena e moglie ubriaca”.

20.00: Il Design è una grande lavoro non solo di progetto ma anche e soprattutto di comunicazione. Comunicazione tra manager, comunicazione tra colleghi e comunicazione con gli oggetti. Il coinvolgimento tra tutte le parti interessate è fondamentale.

20.05: Non è obbligatorio realizzare un solo risultato, se ci sono molteplici potenzialità bisogna cercare di perseguirle tutte.  L’Arte è rappresentazione e integrazione di noi nel mondo.

20.10: L’atto di disegnare è importantissimo. Attraverso il disegno ci si allena all’osservazione del mondo e si conserva una memoria di qualcosa che non sarà mai possibile fotografare. Chris proietta immagini dei suoi schizzi che rendono perfettamente l’idea di come il disegno sia parte della sua vita e mantenga costantemente animata la sua immaginazione.

20.15: Non c’è disegno nella comunicazione interna delle aziende. Nel business bisogna essere in grado di vedere anche il “negativo” del disegno, quello che non c’è, che va al di là. Attraverso l’esercizio dell’osservazione si possono cogliere le opportunità.

20.20: La comunicazione è fatta di vari momenti: illuminare (descrivere, spiegare), dire (informare), intrattenere (coinvolgere), esercitarsi (mettere in pratica). Nel disegno c’è tutto questo. La tradizione di usare i disegni per comunicare è propria dell’uomo sin dalla preistoria. Attraverso la comprensione dei simboli che ci circondano possiamo instaurare un collegamento o una connessione anche quando ci troviamo in nuove situazioni.

20.30: Quando le parole diventano troppo difficili, il disegno viene in aiuto. Un bozzetto spiega in maniera molto più diretta quello che è un concetto molto complicato e lo fa in modo rapido. Le parole non sono il solo strumento.

20.31: Attraverso la metafora visiva si può spiegare e rendere nel concreto la complessità (come la creazione di una macchina).

20.32: Tramite il bozzetto si può far capire anche ciò che è davvero significativo… non ci vuole tanto!

20.34: Si crede che solo tramite la scrittura e la lettura si possa essere “qualcuno”, ma il disegno è fondamentale per il futuro sia all’interno di un’azienda, che nella nostra vita quotidiana. Per importare un concetto, un’idea, si possono utilizzare i simboli, le metafore, ma soprattutto i disegni che sono in grado di riassumere tutto ciò.

20.36: Nel processo di creazione bisogna cercare di unire “ciò che si deve fare” a “ciò che si può fare” a “ciò che si vuole fare” e a “cosa si dovrebbe fare”. Nel futuro le cose che si devono fare saranno sempre di più ma si dovrà cercare di trasformare tutto in ciò che si vorrebbe fare. Lo stesso concetto può essere espresso attraverso la semplicità di un bozzetto, di uno schizzo oppure attraverso un grafico (molto più usato dal mondo del business) ma molto più complesso e di difficile comprensione.

20.42: E ora un breve filmato sulla presentazione di un nuovo modello di auto che comporta grandi risparmi in termini di benzina e CO2 ma che nessuno crea, perchè si è sempre troppo innamorati del passato, dell’estetica e del bello. Perchè non cambia la situazione? Perché dentro di noi c’è un cane che ci dice “stop” e vive su un mare piatto che ci impedisce di cambiare per tre motivi: non si fa perchè mai visto prima, mai fatto e mai funzionerà. Bisogna “ammazzare” questi cani, ricordandosi che tutta la comunicazione che si deve fare, deve permettere di intrattenere ed esercitare.

20.48: Ricordatevi: si può avere sempre tutte e due le cose: botte piena e moglie ubriaca!!!

20.49: Previ interviene e si concentra sul termine “practice”:  di base tutti possono disegnare, non si può dire di “non essere capaci”.  Bisogna sempre provarci, proprio attraverso l’esercizio, tramite la prova ci si può arrivare.

20.51: Bangle: se noi non vogliamo il cambiamento, allora esso non c’è. Molto dipende dalla volontà, dal coraggio!

20.58: Il design automobilistico è dato dall’interazione tra diversi elementi e si misura dall’amore che si mette nel fare le cose. Il vero design automobilistico è la Tour Eiffel (un prodotto bello, funzionale, uomo e donna, pulito, cromaticamente perfetto).

21.05: Per innovare bisogna avere “mind set”, ovvero uccidere il cane, costruire una piramide e piazzarsi alla cima della stessa per approfondire il proprio punto di vista dall’alto. In basso abbiamo il “che cosa”, al secondo livello della piramide possiamo trovare il “come”, la punta invece rappresenta il “perchè”. E’ al vertice che bisogna guardare per trovare la soluzione più semplice.

21.09: Dal pubblico arriva una domanda sul mercato automobilistico che sembra spostarsi sempre di più a est. Il mercato va dove c’è possibilità di sviluppo, dove ci sono persone pronte a impegnarsi.

21.12: C’è bisogno oggi di trovare una nuova ispirazione. E la nuova ispirazione si trova solamente se ci si permette di sperimentare. Bisogna trovare il nuovo mind set necessario al cambiamento.

21.16: L’ultima domanda dal pubblico riguarda come Chris Bangle è arrivato a sviluppare il progetto di “Gina”, la concept car in tessuto che ha realizzato per BMW.

21.19: Chris conclude il suo intervento e lascia la parola a Previ per le conclusioni. Cosa ci lascia questo incontro? Un’idea semplice ed efficace: se i manager vogliono arrivare al cuore delle persone, all’interno della loro azienda e all’esterno per comunicare le loro idee, il disegno può essere lo strumento.

21.23: Grazie a tutti per aver partecipato, inviateci i vostri feedback per permetterci di organizzare una nuova edizione.

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Accordature del Pensiero – Concerto

17.50: Gli strumenti sono accordati e le persone iniziano a prendere posto! Pochi minuti e inizierà il concerto. Alla batteria Ferdinando Faraò; Tito Mangialajo Rantzer al contrabbasso; Andrea Dulbecco al vibrafono e Tino Tracanna al sax … introduce Dario Villa.

18.15: Non soltanto un concerto finale per questo forum, ma l’evento culminante delle accordature del pensiero. L’anno scorso aveva visto come protagonista la musica classica, quest’anno il jazz.

18.20: Jazz for Business. La musica jazz come approccio al mondo organizzativo, con un focus speciale sull’elemento della complessità. Due i temi centrali: esecuzione ed interpretazione. Diverse competenze/strumenti; un contesto: l’esecuzione di un brano… tre i presupposti essenziali: ascolto – flessibilità – responsabilità. Nel jazz come nelle organizzazioni.

18.22: Inizia il concerto. Nella prima parte i musicisti suoneranno a coppie il brano Emotion di Ferdinando Faraò, stabilendo singole relazioni. Partono sax e contrabbasso. Nel momento in cui i quattro strumenti suoneranno congiuntamente, il controllo passerà nelle mani di quattro volontari del pubblico. Ognuno di questi è associato ad un musicista e potrà decidere quando questi dovrà suonare. Paletta verde: si suona; paletta rossa: silenzio.

18.30: Ecco che suonano tutti gli strumenti. L’unione però non dura a lungo; i volontari del pubblico ci prendono gusto e intervengono nella definizione della sinfonia.

18.50: Il processo della creazione. Il concerto jazz ce lo ha fatto ascoltare, alle 19:30 Chris Bangle lo disegnerà al Teatro dell’Arte de La Triennale di Milano.

18.33: Il ritmo incalza, le tracce sonore dei singoli strumenti si intrecciano creando nuove relazioni.

18.40: L’esperimento iniziale è giunto al termine. Nel jazz come nelle organizzazioni: improvvisazione come strumento per la risoluzione della complessità. Il concerto prosegue secondo una strada maggiormente tradizionale, la parola, o meglio gli strumenti ai musicisti, con il brano Big orange.

18.44: Sulle note del terzo brano firmato da Ben Allison ed intitolato Respiration prosegue la performance del quartetto.

 

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Cultura di Massa e Cultura d’Élite

h. 15:31
L’incontro Cultura di massa e cultura d’élite comincia con la consueta accordatura di pensiero.
Seguiamo insieme l’incontro con Antonio Ricci, Carlo Guglielmi, Elena Miroglio, Ramin Bahrami e Severino Salvemini in veste di moderatore.

h. 15:40
Oggi cercheremo di parlare della contemporaneità delle arti e come queste possano essere utili al mondo delle imprese. (Salvemini)

h. 15:45
” Il contemporaneo… che fatica? ”
Mc Luhan diceva che l’artista contemporaneo è “un’onda di senso”; la classe borghese dovrebbe essere capace di cogliere queste onde di senso, proprio per la capacità profetica degli artisti contemporanei di anticipare cambiamenti e crisi. (Salvemini)

h. 15:53
Vediamo due estratti del film “Dove vai in vacanza?” (1978), di Mauro Bolognini con Alberto Sordi.
Scena del concerto di musica contemporanea:
“che stanno ad accordà gli strumenti?”
“e quando sonano?”
“e non lo so, adesso suoneranno..”
fatevi due risate! http://www.youtube.com/watch?v=PD8-fnyOj3o

Scena della biennale di Venezia:
“aò, ma qui non c’è un cazzo da vedè.”

h. 15:57
Può esserci fruizione di massa con un linguaggio qualitativo? Il prototipo viene ucciso dalla serie? E’ possibile far coesistere lo sperimentale con il commerciale o rischiamo di uccidere la creatività?

h. 16:02
” Cultura d’avanguardia o sottocultura? ”
Antonio Ricci, autore di Striscia la Notizia. Com’è possibile rinnovare un prodotto come Striscia? E come il rinnovamento nasce dal recupero di fonti non scontate, che sicuramente provengono dalla sua cultura e dalla sua esperienza?

h.16:08
Vediamo una rassegna di trasmissioni dirette da Antonio Ricci, dal 1981 al 2011: “te la dò io l’America”, un Beppe Grillo giovanissimo, la portinaia di Umberto Eco, Casablanca a colori ed ovviamente Ezio Greggio, Iacchetti e Tapironi d’Oro… Grandi successi popolari e commerciali. Linguaggi, stacchetti, musiche e inviati richiedono un gran numero di lavoratori nel backstage.

h. 16:14
Antonio Ricci: per me la miglior fonte d’ispirazione è la strada, ci dà la notizia e ci pone tra la gente. Diversamente dalla piazza, fonte di retorica, la strada è fonte di conoscenza. La scrivania stessa di Striscia rappresenta una strada.

h. 16:17
Antonio Ricci: Striscia vuole essere la cura omeopatica ai telegiornali – che non sono le finestre della verità sul mondo che dicono di essere, ma il pulpito del pensiero del giornalista di turno.

h. 16:21
Antonio Ricci: solo con il successo (che permette l’emancipazione economica) si acquista la libertà.

h. 16:31
Bahrami e Bach: un vero colpo di fulmine.
” … e se non ti prendo troppo a freddo, ti chiederei di suonarci qualcosa.”
Ramin si alza, cammina verso il pianoforte vicino al tavolo dei relatori, un passo indietro a prendere l’applauso del pubblico e poi via. Si siede e, semplicemente, lascia che le dita danzino sui tasti.

h. 16:34
Ramin Bahrami: la bellezza di Bach è che riesce a stare al di fuori dalle categorie e dalle epoche. Sono d’accordo con Antonio Ricci quando dice che la scuola deve educare i ragazzi alla musica, alla cultura. Mi sento in dovere di denunciare chi sta al potere in Italia e tralascia l’importanza della cultura.

h. 16.38
Come fa Bach ad entrare nelle hits di musica pop (come è successo con “L’arte della fuga” interpretata da Bahrami, 2007) ?
I greci consideravano gli uomini che non amavano la musica animali. La musica, il ritmo, è nella natura umana: se la musica è ben organizzata, non può non toccare l’animo. A Bach sarebbe piaciuto essere in classifica con Lady Gaga: ha avuto 20 figli, amoreggiava in chiesa, beveva vino… non era una statua egizia (!).

h.16:46
“La cultura rigidamente industriale del Gruppo, così legata all’idea dei “grandi numeri”, porta i dirigenti delle società a scelte strategiche che si rileveranno profondamente errate e dannose perchè lontane dal connubbio vincente tra vetro e design. ”
FontanaArte.it

Carlo Guglielmi: le aziende sono forti se c’è la qualità, non la quantità. Siamo tornati ad una produzione che partisse da un progetto com’era al tempo di Gio Ponti, fondatore, abbandonando le dinamiche quantitative della multinazionale. Insieme a grandi artisti abbiamo invitato giovani designer ancora sconosciuti in nome appunto di una cultura di qualità e di opportunità.

h. 16.50
Carlo Guglielmi: modestia è cultura,  è sapersi mettere in discussione. Se vogliamo crescere, dobbiamo farlo all’interno della cultura del dubbio; le certezze non soddisfano e non producono qualità.

h. 16:52
Carlo Guglielmi riguardo INDICAM, Istituto di Centromarca per la lotta alla contraffazione: i contraffattori non sono solo cinesi, sono presenti in confindustria, in numerose aziende in cui ho lavorato. Il made in Italy non è sempre sinonimo di qualità: qualità vuol dire assumere e lavorare con persone che vogliono coltivarsi e migliorare attraverso la cultura del dubbio, che dev’essere coltivata nelle scuole insieme alla cultura della storia e la cultura della speranza. Non sono antitetiche ma vicine e vincenti per risollevare il nostro Paese.

h. 17:00
Elena Miroglio, Miroglio Group: mentre in altri settori abbiamo fenomeni di localizzazione (es. McDonald e Gualtiero Marchesi), nell’ambito dell’abbigliamento prevale l’omologazione. Nella nostra azienda cerchiamo una distintività, un recupero dell’originalità che non pensiamo sia in contrasto con il prodotto di massa.

h. 17:04
Abbiamo iniziato dai contenuti, ovvero con i concetti di marketing e d’ intuizione: saper leggere i bisogni delle persone, delle nostre clienti, a partire dal marchio più conosciuto ossia Elena Mirò.

h. 17:06
Salvemini: se lei avesse a disposizione una giornata con Ricci o con Bahrami, potrebbero darle idee stimolanti per un tailleur o coprispalle?
Elena Miroglio: nella moda oggi non si parla più di brand ma di “brand experience”, le nostre clienti non vogliono più solamente un prodotto ma un’esperienza; sicuramente la televisione e la musica potrebbero essere d’aiuto.

h.17:09
Salvemini pone la stessa domanda e Carlo Guglielmi, che risponde con una battuta: ”Possono fare una lampada!
A parte gli scherzi, qualsiasi nostro prodotto è risultato della nostra cultura prima ancora che del sistema industriale. Dobbiamo pensare al passato, rifletterci sopra ma con lo scopo di dare vita poi a vere innovazioni che siano funzionali a risolvere i bisogni attuali.”

h. 17:12
Elena Miroglio presenta un suo progetto per la prossima stagione: tre artisti contemporanei stanno realizzando dei disegni seguendo un processo creativo diverso dal solito. L’artista entra infatti direttamente nella catena di produzione: il know-how dell’azienda si unisce così all’ispirazione propria del mondo dell’arte. Spesso l’arte viene utilizzata in azienda solo in ambito comunicativo e per una questione d’immagine; Miroglio Group cerca invece di considerarla come strumento di arricchimento direttamente dall’interno.

h. 17:16
Antonio Ricci: nessuna mia trasmissione avrebbe avuto luce se mi fossi fidato del marketing…

- – domande – -

h. 17:23
Leonardo Previ: la rassegna dei suoi video è caratterizzata da un filo conduttore, le risate finte…
Antonio Ricci: io uso risate finte schifose, per ottenere un effetto straniante, che ricordi al pubblico che nulla di ciò che vedono è vero e che tutto è finzione. Santoro fa del pathos; noi facciamo varietà, non verità e lo ammettiamo.

h.17:30
Salvemini: La coniugazione di cultura di massa e d’élite è possibile se entrambe si impegnano a creare secondo criteri di qualità ed artigianalità e se i manager lasciano lavorare con tolleranza il creativo. L’importante è che questa qualità si riesca a coniugare col mercato per creare qualcosa che abbia valore estetico ma anche margine.

h. 17:34
SORPRESA!
Patrick Tuttofuoco, Marco De Guzzis e Stefano Cardini entrano nel Salone d’Onore de La Triennale per esporre l’opera d’arte collettiva creata stamane nel Teatro dell’Arte durante il Workshop “Raccontare il presente”.

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Framing Decisions

14.17: Dario Villa dà il benvenuto in sala per la lezione di “Framing Decisions”.

14.20: Dario spiega il legame tra l’organizzazione di Trivioquadrivio e Art for Business Forum, legame che si ripete negli anni e che abbraccia anche i temi su cui si focalizza l’incontro di oggi.

14.23: Qual è il concetto della parola “decidere”?  Metafora del tagliare qualcosa, implica a sua volta i concetti di responsabilità e di rischio.

14.29: Le decisioni delle persone sono legate a un fattore di contesto, che dipende a sua volta dall’incorniciamento e dal modo in cui si presenta una domanda.

14.33: Si entra nel cuore del discorso: il paragone tra la cornice di riferimento di un problema (quindi il contesto) e la cornice, il “frame”, di un’immagine fotografica. La riflessione sui processi decisionali può essere portata alla nostra consapevolezza anche attraverso l’utilizzo di un obiettivo fotografico.

14.40: Si può esplorare questo tema sfruttando il punto di vista fotografico? Visto che le persone, di fronte ad un medesimo compito o davanti ad un problema, sembra che tendano a fare sempre la stessa scelta, quanto ci può aiutare in un contesto decisionale un esercizio fotografico in cui in fondo siamo tutti coinvolti?

14.50: L’esercizio fotografico dimostra che la nostra vicinanza o lontananza al contesto influenza il nostro modo di vedere e affrontare i problemi: a volte siamo così focalizzati su un dettaglio da non vedere la picture generale, mentre altre volte osserviamo il problema così da lontano da non poter centrare il cuore del problema!

14.57: Il pubblico viene coinvolto nello svelare gli esercizi fotografici.

15.00: Non dobbiamo lasciarci trarre in inganno dai nostri pregiudizi, dall’usuale punto di vista, ma girare attorno al problema finchè non troviamo un punto di vista a noi congeniale.

15.10: Si parla ora di attenzione e di “profondità di campo”. Spostando la nostra messa a fuoco su una determinata questione, siamo in grado di intravederne solo gli aspetti positivi, o solo quelli negativi… o magari entrambi.

15.20: Ultimo tema, la “complessità”: la fotografia gioca sulle relazioni tra forme e persone. Queste possono essere statiche o dinamiche, esattamente come nella vita reale, oppure semplici o complesse. Chi decide come questo sistema di relazioni debba muoversi? Non sempre ciò che sembra complesso è anche complicato.

15.25: Avvicinandosi alla conclusione, si può paragonare il “decision making” a dei diversi tipi di fotografie e ritratti.

15.30: Ad averne la possibilità, si potrebbe tenere conto di tanti dettagli, cercare di mettere a fuoco l’intero contesto e ponderare bene il nostro punto di vista. Ma nel caso non ci sia il tempo necessario, dobbiamo riuscire ad agire velocemente e a fare del nostro meglio affinando gli strumenti che abbiamo a disposizione.

15.32: Ricordiamoci che la piena padronanza degli strumenti a nostra disposizione ci permette di riuscire a prendere la decisione più adatta in ogni contesto!

 

 

 

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Residenze d’Artista in Azienda

10.47: Dopo un’introduzione musicale a ritmo di jazz, prende la parola Valeria Cantoni per presentarci il primo seminario di oggi.

10.54: Che cosa significa portare degli artisti in azienda? Tante sono le aree che andremo a indagare: sviluppare il brand e i prodotti, dare consulenze qualitative, ma soprattutto aiutare l’azienda a risultare più omogenea rispetto al territorio in cui opera.

11.01: Alvise Chevallard ci parla dell’impegno di Artegiovane, associazione no profit nata per promuovere la creatività giovanile e attiva anche nel campo dei rapporti tra impresa e arte. L’obiettivo è realizzare un grande convegno a Torino sul ruolo che gli artisti possono svolgere in azienda.

11.05: Sergio Enrico Rossi. Anche la Camera di Commercio di Milano ha deciso di portare l’arte in azienda, investendo grosse cifre a sostegno di istituzioni culturali e di processi artistici. Non dimentichiamo che a Milano il boom economico è nato grazie alla commistione di arte, design e industria. Oggi a Milano ci sono oltre 21.000 imprese attive in campo culturale.

11.10: La Camera di Commercio collabora con Artegiovane per creare delle residenze per giovani artisti in vista di Expo 2015, e con Art for Business per capire come gli artisti possano essere inseriti in azienda.

11.21: Valeria Cantoni. Gli artisti possono portare in azienda un modo di pensare differente, soprattutto coraggioso.

11.23: Botto & Bruno ci raccontano il loro progetto per Ecotermica: la realizzazione di una facciata esterna. Fondamentale per loro è stato creare un’architettura inedita, ma capace di mettersi in rapporto con il territorio e di evocare nelle persone che lavorano in azienda una sensazione di familiarità. Evitare di cadere nel decorativo per creare un dialogo con le persone.

11.31: Le istituzioni hanno sempre paura che gli artisti possano fare un lavoro troppo forte, che poi non venga accettato. Se gli artisti non si comportano con superiorità, ma si pongono ad un livello di dialogo con le persone, il loro lavoro verrà capito e apprezzato molto più facilmente.

11.37: Maurizio Cassano. Ecotermica non voleva un’iniziativa calata dall’alto, da un privato, ma condivisa con il territorio. Tutte le associazioni territoriali sono state coinvolte nel percorso che ha portato alla scelta del lavoro di Botto & Bruno per la riprogettazione della centrale.

11.47: Sempre Maurizio Cassano. Dopo un iniziale scetticismo anche i lavoratori di Ecotermica si sono resi conto che la qualità dell’ambiente era migliorata.  Il successo dell’iniziativa spingerà l’azienda a proseguire in questa direzione.

11.53: Valeria Cantoni sottolinea due temi, quello delle alleanze  e quello dell’ascolto. Elementi di cui un progetto di successo ha assoluto bisogno.

11.56: Catterina Seia. L’arte non serve a coprire brutture. Il rifacimento di un edificio è diventato occasione per realizzare qualcosa di più grande: comunicare con il territorio,  stimolare la narrazione, parlare di sé.

12.04: Importanza di scegliere le persone giuste per il posto giusto, avere ipotesi di indagine che poi si possono anche modificare, conoscere i benefici ed i rischi che si possono creare, avere coinvolgimento e mobilitazione. Solo se questi presupposti iniziali ci sono e c’è consapevolezza, si creerà un percorso virtuoso. L’arte non deve essere decorativa, ma trasmettere messaggi consistenti, il che non significa che non ci faccia anche sognare.

12.11: Oggi siamo abituati a vedere le opere d’arte preconfezionate nei musei, dimenticandoci che il lavoro degli artisti è nelle strade e nella quotidianità.

12.15: Valeria Cantoni. Non basta mettere un artista in un’organizzazione perchè accada qualche cosa di positivo, anzi il rischio è che si crei un effetto opposto. La prima cosa da fare è abbattere il muro che le persone creano istintivamente, spingendole a farsi delle domande, ad aprire la finestra e a vedere cosa c’è dall’altra parte. Solo a questo punto potrà avvenire una contaminazione tra vita, esperienze e competenze.

12.23: E’ ora il momento di domande e interventi.

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François Jullien: Imparare il Presente, Riconoscere il Cambiamento

Buonasera!

Aspettando l’inizio della lecture un piccolo antefatto… Avete presente il discorso di Baricco in Novecento? Quello sul chiodo che cade all’improvviso? “A me ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stan su per anni, poi senza che accada nulla, ma dico nulla, fran, giù, cadono! Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa nulla, ma loro ad un certo punto, fran, cadono giù come sassi. È una cosa che non ci pensi, che se no ti fa diventare matto. Quando cade un quadro, quando apri il giornale e scopri che è scoppiata una guerra, quando ti svegli un mattino e ti accorgi che non la ami più, quando vedi passare un treno e capisci che è venuto il momento di andartene. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi di essere diventato vecchio.” Ecco… un amico recentemente mi ha detto: “Non è che le cose succedono di colpo, movimenti impercettibili le hanno portate fino a lì, ma tu non te ne sei accorta!”. Che il mio amico fosse un sinologo?

19.18

Si comincia!

Il benvenuto di Cfmt, per la seconda volta promotore di Art For Business Forum in quanto management e arte non possono che convivere. Di fronte a incertezza e disorientamento serve ritrovare il senso dell’agire quotidiano nella vita organizzativa. Serve abbandonare il primato della razionalità per aprirsi a stimoli differenti.

Imparare il Presente: il manager è proiettato al futuro, il presente ci immerge in una dimensione del qui ed ora, nel territorio della sperimentazione.

 

19.23

L’anno scorso abbiamo parlato di bello, giusto ed efficace. Questo è poi diventato il titolo di un tour motociclistico. Abbiamo dialogato con i manager di 7 città per discutere dell’importanza dell’intelligenza estetica.

Quale potrebbe essere la relazione tra una tavolozza artistica e la ricerca del profitto? Come possiamo vivere il presente, colpiti come siamo da mille input, da mille messaggi?

19.27

L’ascolto: la pratica che questa sera dovremo applicare con molta attenzione e dedizione. Le tre parole che più si prestano a conciliare business e arte: SCARTO, MODELLO ed ENERGIA. Su queste tre parole Jullien costruirà il discorso: lo “scarto” per noi rappresenta la discontinuità rispetto al nostro modo di fare le cose; il “modello” è la strategia; “l’energia” ci ha fatto venire in mente le parole di Rullani dell’anno scorso “la malattia della modernità da cui non possiamo emanciparci fino in fondo”. L’ultima parola è ascolto: implica generosità, è quello che vi chiediamo.

19.31

JULLIEN: ho scelto io di confrontarmi con la Cina. Se vogliamo uscire dall’Europa dobbiamo uscire dalla nostra storia e il pensiero cinese si è sviluppato senza contatto con l’Europa e la sua lingua per molto tempo. Non si cerca l’egotismo. Passare attraverso la Cina per mettere il pensiero in prosprettiva e aprirci al mondo. Dobbiamo far lavorare gli scarti (abitare la frontiera).

Scarto, non differenza. Perché? La differenza va di pari passo con l’identità, ma non si può pensare il culturale in termini d’identità e di differenza. Non esiste un’identità culturale, è proprio di una cultura il cambiamento. Se non cambia è morta. Non è possibile l’identità culturale.

Bisogna farli lavorare questi scarti, lo scarto separa e mette in tensione ciò che separa. Uno si scruta attraverso l’altro, non c’è messa in ordine, ma scombussolamento. Fino a dove possiamo spingere lo scarto? Le culture come risorse da sfruttare. Cultura in termini di fecondità culturale. La fortuna della nostra epoca è proprio questa possibilità di circolazione tra le culture; possiamo avviare un dialogo delle culture. L’Europa ha imposto la sua cultura al resto del mondo per molto tempo, ora invece ricerca un dialogo.  Dia (scarto) + logos: quello che si può scoprire in Cina o leggere in Grecia è qualcosa di intelligibile.

19.38

Come possiamo affrontare o accedere al presente? Parliamo di modellizzazione e strategia.

L’Europa deve essere in grado di produrre, di inventare, di manifestare la propria capacità nel mondo. Finora abbiamo concepito l’efficacia in termini di modellizzazione. Disegniamo il dover essere e poi agiamo volontariamente per trasformarlo in realtà, forzando la situazione. Proiettiamo il nostro piano e facciamo di tutto, accanendoci per piegare i fatti per attuarlo.

Abbiamo un fine e poi cerchiamo i mezzi. Tutto questo viene dalla Grecia. La battaglia in vista della guerra, la guerra in vista della politica. Abbiamo costruito una strategia dei fini come una piramide. Tutto è il fine di qualcosa che è mezzo per raggiungere altro. Il fine ultimo è la felicità.

Per la Cina è diverso. Non modellizzazione ma maturazione. La strategia della guerra della Cina antica come situazione, articolazione, terreno, potenzialità della situazione. Non c’è un piano da attuare, ma si rilevano le risorse, perchè la situazione deriva da sé stessa in modo naturale. Valuto quello che si può tradurre come “le potenzialità della situazione”. Si traccia un diagramma per capire quanto è favorevole e quanto non lo è. Si avvio la battaglia solo se si sa di vincere. Si rileva la situazione favorevole per farla maturare. Non si forza la situazione per avere successo. “Le truppe di maggior successo sono quelle che non devono neanche combattere”. La strategia europea fa prevalere il rapporto mezzo-fine, quella cinese: condizione-conseguenza. “Il grande generale non è da lodare perchè gestisce le sue truppe”, il generale può essere benissimo un capo d’azienda, “il grande generale è quello che combatte solo battaglie che gli altri ritengono facili da vincere”. Lo stratega è più efficace tanto meno lo si vede.

19.50

La modellizzazione è un fardello da mettere da parte, che l’Europa si è portata dietro per troppo tempo. Certo, grazie alla modellizzazione l’Europa è diventata potente. La cina nel 14° secolo era più sviluppata tecnologicamente (stampa, bussola) ma l’Europa ha dato credito alla matematicizzazione del pensiero. Se applico la matematica, posso controllare i fenomeni. Ci si ispira ad un modello per poterne discutere, per potersi mettere in discussione. C’è un rapporto tra la modellizzazione e la democrazia (programma elettorale non è forse un modello, anche se questo non viene applicato? E non è forse fonte di una discussione?).

La Cina oggi si mobilita rapidamente perchè deve vendicarsi, deve raggiungere la modellizzazione per avere democrazia. La Cina non ha conosciuto epopee, si hanno parole d’ordine come “non agire”, l’azione non è efficace perché è una forzatura, un’azione locale. Quello che è tipico della Cina invece è la trasformazione, che è sempre globale. Si ha interazione, correlazione. La trasformazione non si percepisce. Trasformazioni silenziose.

Lo stratega non deve agire perchè ha aspettato che la situazione maturasse per battere il nemico. Bisogna essere oggi in grado di rilevare i fattori favorevoli e dar loro la possibilità di maturare, in alternativa ad azioni teatrali.

19.59

Il cammino discreto degli eventi. Ex-post ne constatiamo in modo sonoro il risultato. La storia non si scrive come l’abbiamo imparata in termini di eventi e dati, sotto questa pellicola c’è qualcosa d’altro. Il tempo lungo, la durata del processo. Dal 14° al 18° secolo l’avvento del capitalismo è stata una trasformazione silenziosa. Non c’è un autore, non c’è un luogo, non c’è una data.

Oggi lo stratega se vuole abitare il presente deve imparare a modellizzare per mobilitare, ma deve anche imparare ad aspettare perchè la situazione che ha indotto si verifichi. La proiezione dell’idealità e l’identificazione delle risorse.

Quale strategia ci permette di accedere al presente, così inconsistente? “Il tempo viene dal futuro, va nel passato e il presente è solo un punto di passaggio, privo di esistenza”. Come possiamo trasformare il presente in un “ora” con una consistenza?

Eraclito dice di coloro che non hanno accesso alla filosofia che “sono presenti ma assenti”; questo compromesso è il rischio del presente. É lo stesso rischio che corrono gli studenti quando registrano le lezioni! Sempre Eraclito dice che coloro che non hanno accesso alla filosofia non pensano le cose come le incontrano, ma così come sembra loro. Rimangono nella sembianza del presente-assente. Vanno in giro nella doxa, le opinioni che si sono fatti delle cose, smussando tutto quello che c’è di inventivo nel presente. Se vogliamo accedere al presente dobbiamo decidere di non rimandare, non contare sull’istante successivo per affrontare, per dare attenzione al presente. I turisti quando fanno le foto, non sono attenti alla scoperta del paesaggio, ma mettono da parte per guardare dopo e così guastano la capacità di essere presenti nel presente.

20.09

Noi tendiamo a vivere nella media, in cui tutto quello che abbiamo visto e vissuto è un po’ sciupato. Procrastinare: rimandare a domani. Se leggo sapendo di poter rileggere una frase non presto attenzione, questa familiarità che potrei instaurare, tutto quello che potrei trovare di sorprendente e intenso, rimane attutito.

Dovremmo mantenere il presente. Dobbiamo mantenere alta l’attenzione. Contemporaneamente dobbiamo fare anche il contrario: dobbiamo accettare di differire. Differire consiste nell’essere fiduciosi nel fatto che si stanno sviluppando dei processi silenziosi e dobbiamo lasciare loro spazio perchè daranno un frutto che non mi aspetto. Dobbiamo rifiutare di rimandare ma accettare di differire. Non ne siamo più capaci. “I want it all and I want it now” dicevano i Queen. Invece dobbiamo lasciare tempo al processo di svilupparsi. É l’immanenza che lavora mentre noi non ci pensiamo. Quando rileggiamo un libro dopo mesi la seconda lettura è molto più impegnata della prima. Le cose evolvono fuori dal nostro controllo; è quello che accade quando “la notte porta consiglio”.

20.15

In Europa abbiamo pensato troppo a vivere in termini di moralità, mentre vivere ha più a che fare con la strategia. Non rimandare, accettare di differire! Accesso al presente con una strategia che riunisca e che incroci le risorse.

La peggiore delle cose è questo esotismo che ha colpito l’Europa. “Siate zen”, è una formula contraddittoria. Lo zen è capacità di lasciare che le cose giungano a noi e non ha niente a che fare con il comando. Non ci sarebbe nulla di più suicida per l’Europa che abbandonare la sua principale risorsa. É necessario invece tener conto di altri pensieri, ogni cultura ha le sue coerenze, le sue fecondità. Proiettare ideali ma valutare le risorse. Non rimandare ma differire. Non essere presenti-assenti. Dobbiamo pensare che la nostra strategia è una risorsa dove possiamo incrociare tante risorse, dando intensità alla vita, non cercando compromessi.

Il qui e ora non è qualcosa di dato, bisogna essere in grado di accedervi.

20.21

Enzo Rullani: sono tradito dalla tecnologia (il microfono non funziona)!

Le nostre aziende oggi si domandano cosa fare in questa situazione sempre più fluida, dove ci troviamo sempre dalla parte sbagliata. In che modo possiamo rapportarci con culture orientali mantenendo lo scarto? Le nostre aziende amano stare sui mercati orientali, non li conosciamo ancora ma sappiamo che vogliamo starci, lo desideriamo. Non possiamo andare senza portarci dietro la nostra diversità. Cosa possiamo apportare e cosa possiamo ricevere? Perché sentiamo così forte il bisogno di una nuova cultura?

Abbiamo il culto di un mondo inteso in termini matematici, della riproducibilità. La conoscenza riproducibile permette di rifare ciò che ho fatto mille volte. Questo crea l’idea della potenza. Un soggetto che muove delle leve e crea dei grandi effetti da controllare e imporre a tutti gli altri. Ora però ci è sfuggito che la potenza astrattiva dei mezzi finisce per rendere il mondo artificiale, semplificandolo cancella ogni posto per la complessità, per la sorpresa. Tutto deve essere programmato, organizzato, gerarchizzato.

La cultura orientale ci permette di recuperare l’immersione in un sistema vasto, un’ecologia che l’Oriente ha mantenuto. In Occidente è stato bypassato un mondo in cui le cose maturano, hanno i loro tempi. La complessità con cui abbiamo a che fare oggi ha bisogno invece di immergersi in un’ecologia vasta. La riproducibilità non è importante perchè ogni cosa è diversa.

La seconda cosa che possiamo recuperare è la riflessività. Noi riteniamo il soggetto un punto fermo. Invece il soggetto, l’impresa, il lavoratore, cambia come cambia il sistema. La ricerca del senso è oggi un elemento chiave della modernità che stiamo cercando.

20.40

Pardon, la tecnologia ha tradito anche noi (la batteria del computer si è scaricata)!

Odile Decq ci parlerà della sua esperienza di lavoro qui in Italia. Ci racconterà come vede la trasformazione non troppo silenziosa che abbiamo avuto in Italia.

Quando ero piccola sognavo di visitare tutti i paesi del mondo. Lavorare a Roma è impregnarsi di quanto succede nella città. Volevo conoscere non la storia e l’architettura di Roma ma il significato di vivere a Roma. Quando si vive a Roma ci si imbatte in monumenti morti che partecipano alla vita di una città. Volevo capire di cos’era fatta la città. Ho subito sentito un limite in questa storicità che pesa sulle spalle degli architetti italiani danneggiando il loro pensiero contemporaneo. Io lascio depositare le idee, suggerisco concetti senza pensare al fine ultimo, lascio al progetto la facoltà di evolversi, auto-costruirsi. Gli schizzi sono sono l’inizio, c’è bisogno di digerirli. Non ho concetti a priori, voglio comprendere le condizioni per disegnare a partire da essi. Questo è il contrario della dottrina e dell’ideologia. Non è possibile ripetere due volte lo stesso approccio al progetto.

20.50

Bisogna arrivare ad un risultato auspicato, nutrendo il progetto nel suo corso. Roma è complicata dato il mio modo di lavorare: bisogna che io diventi camaleonte per comunicare. Ho voluto imparare il pensiero discorsivo romano che mi ha affaticato non poco.

20.55

Previ: le imprese sono costruite sull’idea che è necessario ripetere ciò che è stato fatto per raggiungere il profitto.

Enzo Rullani: la crisi ha dimostrato che ciò che abbiamo fatto, ha fallito. Abbiamo trovato nelle imprese questa tensione: da un lato serve potenza, qualcosa di moltiplicativo, replicativo, non basta più la potenza per sopravvivere nel mondo fluido; dall’altro polo quindi è la complessità, il mondo è diverso da quello che permetterebbe di spingere sull’accelleratore della potenza, che vuole i suoi tempi. Per fare impresa servono sia la potenza che la complessità. Il motore dello sviluppo oggi è un motore ossimorico, solo la sintesi degli opposti permette di vivere il presente.

Formazione non più come apprendimento ma come meta-apprendimento: capacità di avere a che fare con concetti nuovi.

20.58

Previ: come è possibile selezionare i manager capaci di vivere questo ossimoro?

Renzo Libenzi: ogni giorno dobbiamo progettare qualcosa di nuovo rispetto al giorno prima, dobbiamo tenere la flessibilità mentale di non ripeterci mai. In più abbiamo deciso di aprirci a tutti coloro che possono darci qualcosa di nuovo.

Previ: quanto sei soddisfatta del tuo progetto realizzato?

Odile Decq: i romani sono venuti a congratularsi con me e questa è la soddisfazione maggiore.

Previ: una conclusione?

Jullien: vorrei approfondire il tema dell’energia. I greci hanno abbordato il mondo in termini di essere-apparenza e il concetto di verità  che ne consegue, essere-non essere e tutti i drammi che ne conseguono. Sia nel pensiero greco che in quello europeo abbiamo il “non pensato”. In cinese non esiste l’espressione “io sono”. Come affrontare quindi in termini di energia, respiro, soffio? Il tao cinese non ha uno scopo ma è la via, il processo di rinnovamento. Questo ci porta al concetto di transizione. In Europa pensiamo questo o quello, non pensiamo il passaggio perchè è qualcosa di indeterminato, fine-inizio. Il passaggio è continua transizione. Secondo i cinesi, è la capacità di pensare ad una continuità del processo in un modo vago. La Cina parte dalle stagioni. Queste sono un modo per mettersi in discussione, la saggezza consiste nel mettersi in sintonia con le stagioni. Non si pensa la filosofia come la scienza in funzione della verità, ma come il mettersi in sintonia con il processo. Sono in grado di manipolare il tempo, ma sanno anche vivere il tempo che scorre, sanno maturare le cose. L’Europa non pensa al respiro ma alla percezione. La Cina percepisce e respira. Il respiro è la capacità di mettersi in fase, si può respirare solo in quel momento, è apertura e chiusura. Si lavora sui punti di energia. Io percepisco e respiro e sono in grado di fare entrambi, non c’è compromesso. La morte è una grande trasformazione, non la fine. C’è energia che si esplicita nello spirito.

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6×6: Esplorare le Parole

INSTABILITA’ – CORAGGIO – DETTAGLIO – PIACERE – MALINTESO – GIOCO

Pensieri che nascono dalle parole degli artisti… pensiero musicale, accordature del pensiero, musica jazz per stressare al massimo la relazione tra esecuzione ed improvvisazione, stesso brano suonato in modo differente e improvvisato.

15: 50: Vibrafono e sax… saliscendi emotivi su note serpeggianti.

15: 55: Cesare Pietroiusti sulla parola Piacere. “Sono un purè di fave”, sono una materia omogenea, sensibile, pronta a rispondere ai cambiamenti, “come conosco il mio creatore? Parlare è il modo che Giovanni ha di prepararmi, io sono il discorso di Giovanni.” La prossimità alla fine ha a che fare con l’intensificarsi del piacere, “il mio creatore non si curi più del problema del bisogno”: la fame! Freud: desiderio stai male, mangi stai bene… ma non è solo libertà dal bisogno… atarassia, secondo Giovanni c’è un solo modo per sentirsi liberi dalla fame, bisogna saperla modulare, saperne fare qualcosa, la fame è utile!

16:05: L’uso dei desideri è forse una formulazione del piacere; piega tra la tensione del desiderio e la scarica che segna la fine del piacere, il piacere sta tra il bisogno e il destino, energia vitale e morte come elementi di senso, ma meglio dire sensi, pre e post simbolici, forse che spingono e tirano e formano una cosa chiamata vita. Jung dice che i piaceri non sono beni accanto ad altri. La sospensione del tempo empirico,  consapevolezza del tempo. Lavoro come pratica della sospensione e non è solo vita di linguaggio. Il suo lavoro riesce a dare vita a un discorso di corpo, uno stare di cosa, come quando Giovanni lavora.

15: 15: Mauro Sargiani sulla parola Gioco. Le parole sono uno strumento per noi e per gli altri. Tutte le volte che iniziamo a giocare abbiamo anche le parole per nominarlo e il mondo inizia a significare, a parlare con noi e quando si gioca si è assolutamente liberi da ogni gerarchia. Primi ostacoli quando inizieranno ad andare a scuola, dove viene insegnata la norma, la scelta, lo scopo, ma questo fa perdere la musica della parola.

15: 20: Contatto tra la voce, il respiro e il mondo. La musica delle parole rende liberi dal puro stile, così come la prosodia, la musica, il gioco, rendono liberi da ogni gerarchia. Sargiani si sente come un portatore di parola e deve portarla a qualcuno. Il suo maestro è stato Gianni Celati ed è per questo che ha questa consapevolezza e passione che definisce ossessione scrittoria. “Contro il governo dannunziano dello stile super aggettivato, preferisco stare con i Sex Pistols.”

15: 25: Tutta la dimensione dell’esistente va accettata: tutto ciò che vedo lo devo considerare, per questo non elimino parti della realtà solo perchè penso che sia giusto. Se voglio essere libero me ne assumo la responsabilità, sia della mia libertà come quella degli altri.

15: 35: Nel costruire il tavolo che ospita i relatori del Forum, Sargiani ce lo illustra: ha cercato di imprimerci la dimensione del cammino che è anche vicina alla parola. I cassetti colorati contengono un “vocabolario” simbolico: il rosso è il simbolo della forza. Ognuno ha un colore preciso in riferimento ad un senso;  le venature sono ortogonali e vanno per conto loro, poi esiste una pancia del tavolo, un segreto interno, …

15: 45: Gianandrea Noseda ci illustra la parola Dettaglio. Sembrerebbe una cosa piccola, minimale. Per lui che fa il direttore d’orchestra significa prima di tutto vederlo, notare, guardare a fondo le cose. Fare musica è una delle attività più impalpabili ed è un pò come la vita.

15: 55: Mozart, come altri musicisti, prepara spesso il pubblico con un’introduzione lenta; Beethoven non lo predispone, “gli dà tre cazzotti”, fa un gesto perentorio, in parte arrogante, e lo ripete. Davanti  alla quinta sinfonia di Beethoven, “adesso voglio capire lo scopo di questo gesto e a poco a poco mi sono liberato da tutte le convenzioni esecutive.” Ho imparato a stare con Beethoven con quello che ha scritto davvero. Attraverso lo studio del dettaglio, che davvero illumina tutto il resto.

16: 05: Più piccolo è il dettaglio, più merita cure, come un bambino di una settimana; può svelarmi davvero un pezzo, ma bisogna avere il coraggio di dimenticare quello che sapevi di quel pezzo o che davi per scontato. Quando il relatore aveva 21 anni facendo l’insegnante delle elementari ha appreso dai bambini l’attenzione del dettaglio: da Jacopo che guardava quelle formiche che da adulti non si notano più.

16: 05: Il dettaglio infine  presuppone la ricerca, la capacità di stupirsi, diventa un cogliere una possibilità diversa di fare musica.

16.24: Riprende il dibattito. Valeria Cantoni presenta Giorgio Barberio Crosetti, a cui è affidata la parola Instabilità.

16.29: Ma “instabilità” ha un’accezione negativa?

16.34: L’ascolto e l’apertura sono due elementi imprescindibili; il regista deve cercare di capire ed ascoltare ciò che percepisce un attore.

16.38: Una prima definizione di instabilità: è l’essere che è in movimento e che spesso si muove nel testo letterario/teatrale. Ed ecco che questa presenza crea un gioco, che cattura l’attenzione e la reattività degli attori. Gli attori e il pubblico vivono l’esperienza del presente.

16.44: Il teatro è la quintessenza della vita. Partiamo dalle prove: il ricordo di un viaggio in auto ricorda il tempo delle prove. Ma è un viaggio dal futuro al presente, un tempo contrario rispetto alla vita.

16. 48: Occorre trovare ed usare le parole giuste per rimettere in moto ciò che era fermo. Parole magiche, in uno scambio tra stabilità, ciò che si determina, ed instabilità, ciò che si fa andando. Ma è instabile anche colui che fa un salto verso qualcosa che non conosce. Eh sì, instabilità è anche un sentimento di paura che ha a che vedere con il fare, con l’esporsi.

16.52: Nel mondo teatrale, un momento interessante è quello delle “filate”. Nell’esperienza dell’insieme, le scene si aprono ed esplodono, chiarendo delle cose da dentro, lì proprio all’interno della piece stessa. Ancora 20 secondi… “ma è difficile dire qualcosa di intelligente in così poco!”. Arrivederci Giorgio Barberio Crosetti!

16.55: Valeria Cantoni definisce David Riondino, il nostro prossimo ospite, come un artista multitasking. Vedremo come tratterà la parola Malinteso.

16.59: Parente stretto del sottointeso, cugino del frainteso e speculare all’inteso… chi è ‘sto malinteso? Si parla del malinteso nelle questioni sentimentali: una tattica, un modo di darsi una possibilità di spiegare qualcosa a posteriori; è una via di uscita, un’ “emergency exit” da una situazione a volte scomoda. Ecco che David Rondino ricorda il “malinteso” dell’affaire Ruby o la nuova campagna di Benetton.

17.10: Già Eschilo comprese la possibilità di partire da un malinteso per costruire trame letterarie. Ma c’è anche il gioco di malinteso nel genere comico: Benigni e Johnny Stecchino. La vicenda di Federico degli Alberici e il falcone: Boccaccio e il malinteso. Capiamo tutti che la lista dei malintesi in arte, musica, cinema, spettacolo e letteratura potrebbe essere molto lunga. Tanti ingredienti: ambito comico, grottesco, lirico. Ed ecco le note pop di Luigi Tenco e la sua “Angela”, Lucio battisti e i fiori di rosa, De Andrè e “La guerra di Piero”. E come non citare il malinteso di Eros, divinità greca?

17.17: Ecco l’ultimo passaggio letterario preso ad esempio: il Don Chisciotte nella versione di Miguel de Unamuno e poi in quella di Cervantes. Tra le risate del pubblico, la spiegazione del grande malinteso della vita.

17.20: Come chiudere se non con un malinteso? Ecco il riferimento al nuovo lavoro di Riondino, un testo su un Don Chisciotte moderno, condito in salsa picaresca e poi la poesia di Ernesto Regazzoni sulla solitudine dell’animale più solo che esista: è il verme solitario!

17.25: Una donna e il Coraggio: è con noi l’architetto Odile Decq, accompagnata dalla sua interprete. Pronti?

17.30: Ricordo dell’infanzia: i ragazzini e le bimbe a confronto. Ma realmente le bimbe non hanno coraggio? L’uomo non può scoprire nuovi oceani finchè non avrà avuto il coraggio di perdere la costa dalla sua vista. Per quale motivo dobbiamo vivere se tanto abbiamo la certezza di morire? Vivere vuol dire dunque avere coraggio!

17.34: A volte bisogna accettare la possibilità della perdita, del fallimento. Questo coincide con una rimessa in gioco e con l’impegno a vivere definitivamente.

17.36: Odile è una corsara, una delle rare donne architetto, scambiata così tante volte per una semplice segretaria.

17. 42: Si apre un piccolo sipario sull’universo maschile e quello femminile. E’ coraggioso essere sè stessi, fare ciò per cui si è chiamati a fare?

17.48: I giovani e la paura del domani: bisogna avere coraggio per inventare il mondo di domani, per pensarlo, per risolverlo. Dobbiamo sognare!

17. 50: Immaginare, proiettarsi, convincersi che è possibile. Queste le sfide del futuro. L’obiettivo dell’architetto è infondere coraggio ai giovani: non bisogna partire altrove per il coraggio della lotta, ma inventare, trovare una modalità progettuale, un modo di concepire diversamente il mondo.

17.55: Ultimi istanti della nostra chiacchierata con Odile. Il riferimento all’attuale svolta politica in Italia è inevitabile: spetta ai politici farci sognare, i tecnici trovano soluzioni, ma cosa succederà? Questi tecnici avranno il coraggio di andare avanti? Ma serve tutto quest’ordine o abbiamo bisogno della politica? Dobbiamo ritrovarci a combattere, avere il coraggio di inventare, riflettere, proiettandoci nel domani.

APPUNTAMENTO A DOPO, ORE 19, PER LA LECTURE CON JULLIEN! BUON BREAK A TUTTI… e continuate a seguirci con entusiasmo ed energia!

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Dalla Sponsorizzazione all’Apprendimento

Catterina Seia, cultural manager e direttore ospite Rapporti Annuali de Il Giornale dell’Arte, introduce  Jens Jenssen, direttore HR di Statoil e Valeria Cantoni, Presidente di Art For Business.

12.oo: Siamo quasi pronti!  In attesa dell’introduzione musicale, Valeria Cantoni saluta gli ospiti.

12.05: Shhh ascoltiamo!

12.10: Catterina Seia racconta dell’incontro traumatico tra mondo privato delle imprese e quello della cultura, nel quale  l’ascolto deve sovrastare l’autoreferenzialità. Ne nasce il progetto: 100 ore di ascolto a manager, direttori di musei, fondazioni.

12.15: Per comprendere il mondo si deve necessariamente partire dall’ascolto di tutti i portatori di interesse.

12.20: Si cerca di evolvere verso una collaborazione a lungo termine, cercando di applicare elementi e caratteristiche dell’impresa al mondo della cultura. L’impresa è soggetto culturale poichè produce cultura sia al suo interno che al suo esterno. L’investimento in arte è quindi fortemente strategico.

12.25: Le imprese che crescono maggiormente sono quelle che costituiscono dei nuclei specializzati ma soprattutto quelle che insieme al mondo della cultura mettono in atto dei progetti comuni. Parola chiave è quindi CO- PROGETTAZIONE!

12.30: La ricerca svolta da Catterina Seia dimostra come il rapporto tra cultura e impresa funzioni molto bene… ci si chiede quindi come mai ci sia ancora così tanta difficoltà a trovare un punto di incontro!

12.35: Interviene ora Jens Jenssen, direttore HR di Statoil che sottolinea come, all’interno della sua azienda, l’Art Programme non è qualcosa di proiettato all’esterno, ma gestito direttamente dalle risorse umane. Ci ricorda poi che per comprare l’arte non sono necessari solo i soldi, ma soprattutto l’apprendimento e la conoscenza.

12.45: L’arte non è per l’azienda un investimento. Iniziano a collezionare opere d’arte nel 2008 ma cominciano a chiedersi cosa fare, se continuare in questo modo o se finanziare musei o realtà culturali esterne. “La cosa importante per la nostra azienda è che l’arte deve generare apprendimento per le persone che vi sono a contatto”. Interrogando poi le persone all’interno dell’azienda sul modo in cui vivono il rapporto con la collezione, è emerso che che appendere quadri era carino, ma non sufficiente. La vera ambizione è creare cultura all’esterno delle solite istituzioni culturali.

12.50: Ciò che è veramente importante è creare un coinvolgimento con l’arte. La collezione d’arte è composta da video e fotografia e opere create attraverso i nuovi media. Questo  perchè rispecchiano perfettamente le caratteristiche della nostra azienda: la tecnologia è simbolo del nostro “essere giovane”, nonchè creatività.  Apprendere è importante perchè ci si basa sulla leadership e sulle persone.

12.58: Che cosa è necessario per far apprendere le persone? Si usano due modelli: il single loop learning e il double loop learning. Il secondo significa: maximising the learning potential in building projects – active participation. Non sempre si riesce a raggiungere questo tipo di progetti, ma l’obiettivo è quello di creare un punto di incontro e dare nuove prospettive alle persone sulle loro relazioni.

13.05: L’arte è fondamentale per noi per sviluppare le capacità di leadership, usando anche il touchstone approach. Usiamo delle fotografie e mediante queste riusciamo a creare un racconto complesso a partire dalle singole visioni, creando quindi un dialogo.

13.08: L’attenzione in sala è altissima, il nostro ospite ci sta dando moltissime suggestioni ed esempi!  Tutti prendono appunti, ma nonostante l’era digitale la vecchia carta e penna stravincono!

13.13: Obiettivi futuri per la Statoil sono la globalizzazione e l’apprendimento.

13.15: L’arte è OFF-Shore! Sulle piattaforme petrolifere l’arte galleggia e aiuta a passare il tempo…

13.20: E’ importante creare momenti di apprendimento e saperli comunicare. Valeria Cantoni ci ricorda come oggi per diventare un bravo leader è fondamentale saper raccontare, ma soprattutto è importantissimo cercare di incrociare le competenze e i caratteri dei due mondi diversi.

13.25: Jarre è invitato a darci il suo contributo sul tema dell’ ENGAGEMENT.

13.30: In Statoil l’art programme è ben condiviso sia dal HR che dal mondo dalla finanza.  L’esperienza di questa azienda ci fa capire come l’arte sia un metodo fondamentale per la crescita e per l’apprendimento, non solo un divertimento!

13.32: Grazie a tutti per la partecipazione! Al prossimo incontro delle 14.30!

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Benvenuti ad Art For Business Forum 2011

10.16: comincia Art for Business Forum 2011 - Imparare il Presente!

10.18: Cercheremo di capire e codificare le varie forme in cui manifesta il presente per cercare di trasferirlo nella nostra economia e nella vita di tutti i giorni.

10.20: Sarà un’avventura piena di rischi ma siamo pronti. Ci metteremo in contatto con aziende e realtà diverse, ospiti nuovi come Sisal e Miroglio.

10.27: Vari appuntamenti, un programma ricco e denso: dal 6×6 alla lecture di François Jullien questa sera. Domani workshop con l’artista Tuttofuoco, incontro con la Camera di Commercio, dibattito sulla cultura di massa e sulla cultura d’élite e infine lecture di Bangle. A questo va ad aggiungersi il nuovo esperimento “Nuove Visioni”: il percorso condotto dagli studenti della IULM che ci condurranno alla visita, molto particolare, delle due esposizioni in corso a La Triennale, quella sull’Arte Povera e O’ Clock. Inoltre “Accordature del pensiero”, per usare la musica come mezzo per dare un’idea di insieme, per tirare fuori ciò che solo la musica riesce ad estrapolare. Prima di ogni incontro 4 minuti di ascolto dello stesso brano, eseguito da musicisti diversi e composto da Ferdinando Faraò.

10.40: Che cos’è un’organizzazione contemporanea?

Intervengono: Emilio Petrone, Amministratore Delegato di Sisal, Pietro Jarre, Vice Presidente Business Development Golder Associates Corporation e Leonardo Previ, Presidente di Trivioquadrivio.

10.40: La contemporaneità è il luogo della scelta e interpretarla significa dialogare con le opere d’arte contemporanea e dalla parte dell’azienda significa “Time to market”: essere rispondente alle esigenze del momento.

10.44: Petrone. L’artista deve decidere se innovarsi o tenersi legato alla tradizione. Per quanto riguarda la mia azienda innovazione è sempre stata la parola d’ordine, ovviamente cercando di farlo in maniera vincente. Innovare è anche un po’ un dovere e il tutto non deve essere solo legato alle cose che facciamo, quindi al core business, ma cercare di farlo anche nel modo in cui si conduce un’azienda, dal punto di vista della responsabilità sociale. L’abbiamo fatto attraverso “Sisal per le Arti” .

10.48: Jarre. La mia azienda non si pone da sola la domanda “si deve innovare o no?”, ma sono gli stessi clienti che pongono la questione. Il periodo che ci portiamo dietro è stato “di sella”, di stagnazione, oggi invece dobbiamo per forza innovarci anche perchè siamo un paese di inventori. Successo oggi non è solo più il denaro ma si misura sulla felicità dei nostri portatori di interesse. Il denaro è uno strumento intermedio.

10.53: Rampello. Che cosa significa innovare non tanto il cosa, ma il come? Nel momento del cambio del Consiglio D’Amministrazione de La Triennale, si è dovuto reinventare tutta La Triennale. Il come, si fa attraverso un rinnovamento di noi stessi, “il figlio dell’uomo non ha una meta, la tappa non è il fine, ma è il momento”.

10.55: Tutti abbiamo la capacità creativa, ma gli artisti hanno una velocità di mutamento di loro stessi superiore. Hanno una capacità di cambiamento della visione e della sensibilità più rapida; é così che si fa il come.

10.58: Previ. La prima parola su cui riflettiamo è Innovazione, parola non del tutto scontata. La seconda è Felicità, si sente spesso questo termine nelle organizzazioni di impresa. Infine Misurare, la bottom-line (quella linea che si traccia a fine bilancio).

11.00: Petrone. Misurare è un grande metro di razionalità, successo e la bottom-line indica la felicità di un’azienda. Quasi tutti son bravi a rilanciare un’azienda nel breve periodo, ma un’azienda sana si sviluppa nel lungo periodo e solo così può essere considerata felice.

11.03: Per innovare si fa il “cosa”, ma l’importante (anche per più del 50%) è il “come”.

11.05: Previ. Importante è quindi anche il concetto di lungimiranza: uno sguardo profondo. Se non si fanno scelte lungimiranti nell’oggi, si compromette il futuro.

11.07: Jarre. Importante è salvaguardare il carattere e la competenza. La felicità aziendale è data dal prodotto matematico tra carattere e competenza. La sostenibilità di un’azienda si raggiunge quando il suo capitale, anche conoscitivo, continua ad essere consolidato. Noi ci siamo dati una regola: a 65 anni devi vendere le tue azioni, per cercare di creare un ponte tra generazioni.

11.10: Previ. Proviamo a sbagliare, concediamoci il lusso dell’errore.

11.11: Rampello. Felicità da fecondo. Più un’azienda riesce a mettere il dipendente in condizione di esprimere sè stesso, più il tasso di felicità globale si alza. Non bisogna nemmeno dimenticare la memoria.

11.13: Pubblico. Non esiste, per alcuni artisti, l’innovazione: una volta raggiunto l’obiettivo, quello basta. Non c’è spinta all’innovazione.

11.15: Previ. Perchè noi insistiamo sulla creatività? Tutti da sempre dicono che le persone, all’interno di un’organizzazione aziendale, sono importanti, ma poi andando a leggere vedi che non c’è attitudine al concentrarsi sulle persone mentre oggi si sente la voglia di cambiamento che prima non c’era.

11.24: Rampello. Rispondendo ad una domanda del pubblico: all’interno de La Triennale ci sono sempre stati dei grandi imprenditori che si sono intesi sempre molto bene con la sfera degli artisti. Formidabile unione tra le due sfere. Per rispondere all’artista, l’imprenditore (ricordiamo entrambi Uomini) deve tener conto della sua sensibilità. Ognuno risponde con la propria sensibilità alla vita, esprimendo ciò che sente, determina un cambiamento. Come sempre accade, noi abbiamo un senso delle cose molto forte ma poi come sappiamo tradurlo? Si perde poi molto nel tradurre. Il tema del cambiare, dell’innovare, è comunque un tema dell’uomo. Anche se si percepisce un ozio costante, in realtà a sua insaputa cambia. Non sono solo io che faccio la vita, ma la vita fa l’uomo. Occorre stare attenti, in ascolto di sè stessi e delle cose. Siamo tutti in attesa, in tensione costante per il futuro.

11.26: Petrone, rispondendo ad una domanda. Parlare di innovazione si lega anche al concetto di numero, è necessario poi investire materialmente ed avere le risorse utili per farlo. Noi abbiamo creato all’interno della nostra azienda un gruppo che si dedica solo all’innovazione; é importante creare un ambiente in cui l’innovazione, culturalmente, sia considerata come un pregio. Ovviamente bisogna considerare il rischio.

11.28: Jarre. Per innovare bisogna imparare: il tuo errore diventa anche un’esperienza condivisa con gli altri e per l’altro può diventare un punto di forza; é giusto imparare dagli errori. Si cambia imparando. Cambiare e imparare sono due concetti molto molto vicini.

11.30: Previ. Organizzazione contemporanea è: annusare, programmare, inventare, o… ?

11.32: Petrone. La parola principale è inventare per me. Le altre fanno parte del DNA di un’organizzazione.

11.33: Jarre. Innovare è scolpire. Oggi un’azienda ben gestita è quella in cui per ogni nuova regola ne viene tolta una già esistente.

11.34: Rampello. La mia parola è motivare. Ci deve essere un momento in cui è necessario programmare. Si alza ed esce (deve andare !).

11.36: Petrone, rispondendo alla domanda del pubblico: dove va a finire il denaro concretamente una volta che viene destinato all’innovazione. In Sisal si cerca di restituire i profitti conseguiti all’Italia, cercando di aiutare iniziative diverse, anche nell’ambito dell’arte contemporanea.

11.39: Pubblico. Innovazione è evoluzione? Si tende a confonderle, ma la prima è qualcosa di “in” (interno), mentre la seconda è “ex”(esterno). Oggi come viene intesa?

11.40: Jarre. Ci sono due componenti: quella continua, quotidiana e quella improvvisa. Tutto dipende dal clima aziendale. Trovare all’interno, le spinte, la fecondità che permettano alle persone di esprimersi. Occorre comunicare in modo quasi universale e lo possiamo fare attraverso la musica. Noi lo facciamo, raccontando delle storie, cercando di capire se la struttura e il linguaggio della fiaba permetta di raccontare e quindi creare ascolto sostenendo la velocità del mondo e del suo cambiamento.

11.43: Arrivederci al prossimo incontro!

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Scarica il programma aggiornato

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Art For Business on air

Finalmente ci siamo! Siete pronti? venerdì e sabato vi aspettiamo alla Triennale di Milano per una 2 giorni di seminari partecipativi, workshop ispirativi ed esperienze con l’arte.

Un momento unico per ascoltare le esperienze dei manager che da sempre collaborano con gli artisti, partecipare a workshop coinvolgenti, ma soprattutto avvicinarsi ai linguaggi delle arti in una maniera del tutto nuova!

Mercoledì 16 alle ore 18.40 ai microfoni di RADIO CLASSICA (link web) Ferdinando Faraò e Dario Villa racconteranno le “Accordature del pensiero“, momenti musicali che apriranno ogni incontro del Forum.

Sempre Mercoledì, alle 22 su RADIO 3 SUITE (link web) Valeria Cantoni e Giorgio Barberio Corsetti anticiperanno i temi del seminario 6X6 “Esplorare le parole“, previsto per venerdì pomeriggio.

 

Benvenuti alla quarta edizione di Art For Business Forum…vi aspettiamo!

 

Le visioni tra terra e cielo di Giorgio Barberio Corsetti

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Cultura di massa e cultura di élite

Intervista a Severino Salvemini

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Designing the present

Chris Bangle è uno dei designer più importanti del panorama internazionale ed è divenuto famoso per gli eccezionali risultati ottenuti in qualità di responsabile del design della BMW. Bangle animerà la seconda serata dell’Art For Business Forum.

Al centro dell’intervento di Bangle figura una domanda molto semplice:

In che modo la capacità visiva è uno strumento per fare avanzare il business?

Servendosi di esempi che provengono dal mondo del car design ma anche da quello dell’arte e della creatività applicata, Bangle accompagnerà i partecipanti in un viaggio attraverso il pensiero visivo e risponderà alle domande del pubblico servendosi dei disegni che realizzerà “in diretta”.

 

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Nuove Visioni: i percorsi iniziano a delinearsi

“Arte Povera: 1967-2011”

Nell’Arte Povera l’esperienza artistica coincide con l’esperienza stessa del proprio sentire e del proprio vivere; i lavori diventano prolungamenti sensoriali che lo spettatore è invitato a condividere.  Questo è ciò che proporremo col progetto Nuove Visioni: insieme ai partecipanti percorreremo la mostra e attraverso alcune delle opere esposte cercheremo di creare un ponte tra l’arte e la vita, relazionandoci in particolare con il mondo delle organizzazioni.

Il percorso sarà interattivo e coinvolgente, ci allontaneremo dall’ottica storico-artistica, per riflettere su temi legati alla nostra quotidianità e all’ambito lavorativo, in linea con quello che era l’intento dei poveristi: rendere attivo lo spettatore in un processo di partecipazione e di unione tra arte e vita.

 

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Accordature del pensiero

video di Lorenzo Fodarella

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Raccontare il presente

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François Jullien: Imparare il presente, riconoscere il cambiamento

Quali sono, tanto in ambito personale che professionale, i cambiamenti che più difficilmente riusciamo a riconoscere? Quali, invece, quelli che si manifestano in modo così evidente da lasciarci senza parole?

Alla prima categoria appartengono le piccole e lente trasformazioni che caratterizzano la nostra quotidianità, quelle a cui non facciamo caso. Pensiamo ai gesti che compiamo al lavoro: questi, così come il modo in cui ci relazioniamo con i colleghi, sembrano rappresentare un modo sempre identico di fare le cose che si cementa nelle nostre abitudini e che trova un riferimento nei contesti organizzativi nei quali operiamo. E così tutto procede, apparentemente in modo identico, immutabile, silenzioso, celando un cambiamento nascosto che si darà a vedere soltanto quando le sue conseguenze diverranno plateali.
Dall’altra parte abbiamo i cosiddetti grandi eventi, le trasformazioni che sembrano accadere all’improvviso, dense di pathos e in grado di suscitare un forte trasporto emotivo. “Oggi – ci dice il sinologo François Jullien – il luogo privilegiato della liturgia degli eventi sono i media, che li consumano in continuazione per ottenere ascolti. Il loro scopo non è tanto l’informazione, quanto il montaggio teatrale del patetico a partire da una sequenza di avvenimenti. L’insorgere imprevisto e drammatico di un evento è quanto di meglio ci possa essere per conquistare il pubblico sul piano emotivo. È evidente che questo modo di affrontare la realtà è incapace d’interessarsi alle “trasformazioni silenziose”.
Accostando i due tipi di cambiamenti vengono in mente le tante immagini dei manager che escono per l’ultima volta da alcune delle più grandi società americane, simbolo del business per eccellenza, pubblicate nel 2009 su tutti i giornali come eclatante esempio della crisi in corso. Queste foto testimoniavano di un cambiamento improvviso o degli effetti di una trasformazione lenta? A prima vista possono aver dato l’impressione di rientrare nella prima categoria, ma questo accade solo perché le “trasformazioni silenziose”, che hanno caratterizzato la vita di queste organizzazioni e il modo di lavorare delle loro persone, sono rimaste nascoste per lungo tempo fino a esplodere all’improvviso. Questo caso rappresenta un esempio all’interno di un sistema più ampio e complesso: in qualsiasi organizzazione, specialmente in tempi che sono ancora in crisi, trasformazioni altrettanto silenziose caratterizzano la vita e la quotidianità delle persone che vi lavorano.

Questi temi saranno al centro della lecture di venerdì 18 novembre “Imparare il presente. Riconoscere il cambiamento”, nella quale François Jullien offrirà un inedito confronto tra il pensiero orientale e quello occidentale. Quest’ultimo è, a suo avviso, incapace di pensare le evoluzioni continue, non è in grado di riconoscere i cambiamenti e di percepirli se non quando, per usare una metafora, “il vaso è ormai colmo”. La visione del sinologo francese sarà messa in relazione con il punto di vista di alcuni rappresentanti del mondo della cultura, della ricerca e del business. Con Jullien interverranno Odile Decq (architetto), Renzo Libenzi (General Manager del Gruppo Loccioni) e Enzo Rullani (Direttore del T.Lab di CFMT, laboratorio sull’economia dell’immateriale e l’innovazione nei servizi)

L’immagine è tratta dalla performance di Michelangelo Pistoletto alla 53^ Biennale di Venezia

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Framing Decisions: la fotografia come metafora decisionale

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Esplorare le parole


Un’esplorazione nasce sempre da un bisogno e dalla volontà di trovare qualcosa.
C’è chi si mette in cammino per la necessità di avventura, chi per sete di conoscenza, chi non ne può fare a meno perché il territorio dove viveva non è più sicuro ne produttivo.
Il seminario Esplorare le parole parte da questa convinzione: oggi, i manager non possono fare a meno di esplorare territori lontani per cercare stimoli, idee e capacità che li aiutino a uscire dalle secche in cui le organizzazioni sempre di più incorrono. Come in tutte le esplorazioni si sa da dove si parte, ma non è certo il punto d’arrivo. L’unico punto fermo, per le persone che popolano le organizzazioni contemporanee, é la necessità di osservare la propria realtà con occhi nuovi, gli occhi di chi è stato in luoghi che raramente aveva pensato di frequentare.

Un viaggio così pericoloso necessita di una guida. Noi ne abbiamo chiamate sei.
Quest’anno saranno con noi l’architetto Odile Decq, il poeta David Riondino, il regista teatrale Giorgio Barberio Corsetti, il designer Mauro Sargiani, il direttore d’orchestra Gianandrea Noseda e l’artista Cesare Pietroiusti. Ci condurranno all’interno di territori complessi, affascinanti e pieni di pericoli, luoghi che i manager esplorano da tempo, ma di cui forse non hanno la giusta consapevolezza: Coraggio, Malinteso, Instabilità, Gioco, Dettaglio, Piacere.

Una cosa accomuna tutti gli esploratori: conservare ricordi dei territori già esplorati. Ecco quelli che noi abbiamo visitato lo scorso anno.

 

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Dalla sponsorizzazione all’apprendimento

“Un bimbo scherza con un cane, ma il quadrupede rivolge lo sguardo da tutt’altra parte. Non c’è gioco o carezza che riesca ad attirare la sua attenzione. Il bimbo le prova tutte, senza successo. Non si tratta di un cane vero, in carne e ossa, ma il bimbo si sta divertendo con il calco in gesso di un cane appoggiato su una panchina. Siamo di fronte a Il cane qui ritratto appartiene a una delle famiglie di Trivero. Quest’opera è dedicata a loro e alle persone che qui si siederanno, lavoro realizzato dall’artista Alberto Garutti per il progetto All’Aperto, promosso dalla Fondazione Zegna, dell’omonimo gruppo tessile, nel piccolo paesino di Trivero, vicino a Biella.

Si tratta di una delle forme con cui oggi prende vita la collaborazione tra le arti e l’impresa: riconsegnare al territorio che accoglie l’impresa un valore che si concretizza in opportunità e crescita culturali, benessere sociale, bellezza, senso” (tratto dal testo Cinque ragioni per investire in cultura che Art For Business ha curato per il Rapporto Annuale delle Sponsorizzazioni 2011 de Il Giornale dell’Arte).

Da qui prenderà spunto il seminario “Dalla sponsorizzazione all’apprendimento”, volto ad analizzare il territorio, in gran parte ancora inesplorato, della relazione tra Arte e Impresa.
Un dialogo per mostrare, a partire dall’esperienza di chi lo ha sperimentato sul campo, che cosa accade quando la Direzione Risorse Umane lavora con gli artisti e con i linguaggi delle arti. Quali gli obiettivi? Quali i risultati?
Per rispondere a queste domande abbiamo invitato al Forum Jens R. Jenssen, Special Advisor presso Statoil e Leader dello Statoil Art Programme, una delle più importanti società europee a pianificare e realizzare le attività di formazione per i propri dipendenti a partire dalle opere della propria collezione d’arte.

Perché fare formazione con l’arte? “L’arte, partendo da prospettive inedite, ci aiuta a spostare il significato delle nostre azioni, offrendoci punti di vista inaspettati. Attraverso questo approccio, cosiddetto Art Based Learning, gli strumenti dell’arte diventano metodi per lavorare su capacità, competenze e comportamenti interni all’Organizzazione. Siamo anestetizzati e dobbiamo essere risvegliati, rimessi in discussione. È il momento di chiedere aiuto agli artisti, in grado di offrire nuove opportunità per affrontare i problemi organizzativi attraverso il confronto con la loro pratica e la mediazione di facilitatori o moderatori” (Valeria Cantoni).

 

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Cosa sono le organizzazioni contemporanee

Nella mattinata di apertura della quarta edizione dell’Art for Business Forum avremo l’opportunità di riflettere intorno allo stato delle organizzazioni contemporanee, insieme a Emilio Petrone (AD di Sisal) e a Pietro Jarre (Vice President Business Development di Golder Associates Corporation).

L’immagine da cui muoverà la nostra conversazione sarà quella del funambolo.

 

Perché il funambolo? Le ragioni sono due. In primo luogo, il funambolo è colui che più di ogni altro si trova nella necessità di abitare il presente con particolare cura, per conservare un equilibrio senza il quale sarebbe destinato alla caduta. In secondo luogo il funambolo è l’immagine stessa della precarietà, una precarietà virtuosa, costantemente sospesa tra forze conflittuali e contraddittorie.

Nella esperienza che ne ho fatto personalmente nel corso degli anni più recenti, l’organizzazione contemporanea appare sospesa tra una passato ormai poco riproponibile e un futuro non ancora del tutto verosimile. L’impresa funambolica di oggi ha perduto fiducia nella tradizione aziendale che ambiva a una organizzazione scientifica del lavoro e si dispone speranzosa e timorosa verso un futuro diverso, nel quale l’impossibilità di una previsione accurata viene sostituita dalla capacità d’improvvisare, di reinventare e di abbandonare con prontezza modelli rivelatisi inefficaci.

In questo incerto bilico, l’organizzazione contemporanea si trova appunto sulla soglia: da una parte il “non è più”, dall’altra il “non è ancora”. Cosa è opportuno fare in questa soglia? Quali stili di governo è necessario sfoderare? Quali riferimenti è possibile offrire alle persone che si attendono indicazioni e orientamenti per tornare a generare valore? Quanto passato intendiamo condurre con noi e a quali esperimenti siamo capaci di aprirci?

Ne parleremo al Forum.


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Prepariamoci al Forum

Poco più di un mese al Forum… che emozione!

In attesa di incontrarli personalmente, abbiamo cercato in giro per il web e la stampa qualche news sui relatori.

Che cosa abbiamo trovato?

Woman Magazine ha pubblicato un articolo su Odile Decq, che ci ha convito ancora di più della nostra scelta: lei è la persona giusta per parlare del coraggio. Odile non rinuncia alla sua professione “nonostante non siano molte oggi le donne che decidono d’interpretare da sole il duro percorso dell’architettura da libere professioniste. Il coraggio e la tenacia necessari a interpretare la battaglia quotidiana, e forse una buona dose d’incoscienza assolutamente indispensabile, di certo non le mancano”.
Scarica l’articolo.

Abbiamo anche rintracciato il progetto del tavolo che il designer Mauro Sargiani ha disegnato proprio in occasione del Forum. Il tavolo dei relatori, infatti, non sarà un tavolo qualunque, ma è stato pensato apposta per questa occasione, ricco di segreti, di cose da scoprire e imparare.

D’ora in avanti i post del blog presenteranno uno a uno i seminari. Come succede al Forum, ogni seminario è aperto da un momento musicale, per accordare il pensiero e metterci in ascolto. Vi lascio, allora, con Ferdinando Faraò.


Ferdinando Faraò quartet + Ralph Alessi (video: Lorenzo Fodarella)

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Perché conviene essere creativi?

Improvvisazione è per me avere un catalogo amplissimo di soluzioni possibili. Queste soluzioni devono essere nominabili per poterle richiamare e per poterle comporre. Certo, nel mio lavoro l’originalità è una composizione sorprendente di elementi esistenti e che prima neppure guardavo, di cui prima non sospettavo la forza. Però li devo avere. Posso fare un esempio molto pratico: un grande chef cosa fa? Cucina meravigliosamente, quindi è originale. Cosa inventa il grande chef? Un modo sorprendente di fare assaggiare qualche cosa che già esisteva, ma in un modo diverso Non inventa la patata! Inventa un modo assolutamente poetico di utilizzare quell’elemento. E allora dobbiamo fare la spesa. Per me come artista è importante fare la spesa, cioè avere il frigorifero pronto nel momento in cui vorrò inventare. Raccogliere visioni, sensazioni, pensieri. (Laura Curino ad Art For Business Forum 2010)

Quante volte siamo stati insoddisfatti davanti a un piatto mal riuscito? Come abbiamo reagito quando, come un cuoco deluso dalla sua cena, siamo stati scontenti del risultato raggiunto in un progetto? In questi casi ci interroghiamo per capire che cosa abbiamo sbagliato, quale combinazione non ha funzionato. Le domande possono essere tante e le più disparate. Forse una di queste riguarda proprio ciò da cui siamo partiti: di quali strumenti ci siamo dotati prima di iniziare? Il punto, infatti, non è possedere una cassetta degli attrezzi standard adatta per tutte le occasioni, ma piuttosto lavorare per mantenerla sempre viva e aggiornata, valorizzando la varietà dei suoi elementi e soprattutto mettendo sempre in relazione ciò che facciamo con il contesto nel quale interveniamo, dal quale siamo continuamente sollecitati e influenzati. La saggista e critica letteraria Carla Benedetti scrive a proposito dei personaggi di alcuni romanzi contemporanei che “si muovono in uno spazio-tempo oltremodo semplificato, senza batteri né attriti né pidocchi né scariche elettriche, e a cui sono state tolte molte delle relazioni con l’universo, con i fatti fondamentali della vita biologica e con i loro misteri”. Questo è il rischio che corriamo oggi quando perdiamo di vista la relazione con il contesto nel quale ci poniamo, che tende a impoverirsi. Avvicinarsi al modo di lavorare degli artisti, osservando e sperimentando i processi attraverso i quali prendono vita le opere, rappresenta oggi un’alternativa a questo rischio.


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Imparare il presente

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L’apprendimento nelle organizzazioni

Il 26 agosto 2011 la rivista statunitense Science ha dedicato un breve articolo ai risultati di una serie di ricerche universitarie dedicate all’apprendimento mediato dal disegno. Per chi si occupa di organizzazioni d’impresa i risultati di queste ricerche sono di grande interesse: emergono prove evidenti del contributo che il disegno può offrire al ragionamento creativo. Non si tratta di semplice rappresentazione visiva, schizzi improvvisati di cui noi tutti ci serviamo per farci capire meglio dalle persone con cui collaboriamo. In un disegno c’è molto di più: c’è un impiego diverso delle nostra capacità cognitive, complementare all’impegno che ci offre l’argomentazione linguistica.
Disegnare ci aiuta ad apprendere per cinque distinti motivi. Quando disegniamo ci sentiamo maggiormente coinvolti nei contenuti cui ci dedichiamo; rappresentiamo più facilmente concetti difficili da esprimere a parole; ragioniamo meglio sui problemi, perché la mano ci aiuta a riconoscere aspetti che sfuggono al linguaggio; facciamo nostra una “strategia di apprendimento” che riconosce meglio i legami tra i diversi aspetti del problema; comunichiamo meglio agli altri quello che abbiamo imparato.
Nelle imprese si disegna poco perché molti manager considerano il disegno un passatempo da bambini e quando si trovano ad affrontare una difficoltà particolarmente complessa preferiscono mettersi a scrivere. Se vogliamo aiutare le organizzazioni ad apprendere (e se vogliamo che l’organizzazione sopravviva questa scelta è oggi obbligata) dobbiamo aiutare le persone che vi lavorano a disegnare di più e meglio. Drawing for business…

 

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La malattia della Modernità

Qualcuno doveva aver calunniato la Modernità, perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestata.

Chissà se Franz Kafka avrebbe iniziato così l’inevitabile processo a cui la Modernità sarebbe stata condannata se avesse potuto osservare quanto sta accadendo nel sistema economico occidentale negli ultimi anni.

Per decenni la Modernità è stata la produzione di benessere attraverso la riduzione degli uomini a macchine, è stata un piacevole inganno che ci ha arricchiti mentre ci spogliava della nostra identità, mentre trasformava la complessità della conoscenza dalla partecipazione a conversazioni all’esecuzione di procedure.

Ora questa illusione sembra essere svanita e la nostra identità perduta torna a reclamare il proprio posto. La crisi economica che stiamo affrontando e che molte ferite sta lasciando è prima di tutto una crisi culturale nata nelle pieghe della Modernità e dei suoi modelli economici e manageriali.

Pensando a queste parole non possiamo che citare le parole con cui il Professor Enzo Rullani chiudeva il suo intervento al Forum dell’anno scorso.

Il matrimonio tra Arte ed Economia, non è necessario ma è impellente, perché ci deve salvare dalla malattia della modernità.

Ecco il suo intervento completo.

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Trasformazioni silenziose


Che cosa accade una volta definito il piano, la strategia? Tutti gli sforzi si concentreranno per realizzare nella pratica ciò che è stato definito a livello teorico. Mentre si procede, si verificano, però, una serie di circostanze che “emergendo all’improvviso, rendono il piano preventivamente stabilito dissonante rispetto al rinnovamento della situazione nella quale mi trovo impegnato”. Come affrontare questi cambiamenti, a volte così inaspettati e repentini? Seguendo il binomio teoria-pratica, al quale siamo legati, l’ideale sarebbe cercare di “far entrare la forma ideale nella realtà”. In altre parole, sforzarsi di trovare i mezzi più adatti, indipendentemente dal fatto che siano giusti o sbagliati, coerenti o meno, per raggiungere l’obiettivo, il fine che ci siamo prefissati per misurarne l’efficacia. Ma siamo sicuri di non avere altre possibilità? Detto altrimenti, è possibile pensare “l’efficacia al di fuori del rapporto mezzo(i)-fine”? Il filosofo François Jullien ne è convinto, portando a esempio il pensiero cinese, che ci offre una visione di efficacia alternativa che fa leva sul concetto di “trasformazione silenziosa”: nell’ottica cinese non occorre forzare l’evento, ma far crescere l’effetto attraverso lo svolgimento. Bisogna valutare di volta in volta la situazione, assecondarla nel suo incedere, non rimanendo ancorati alla logica del modello ideale, ma sfruttandone il potenziale. A questo proposito afferma Jullien: “la grande strategia esclude i colpi clamorosi, la grande vittoria non si vede. (…) Prendiamo quei capi d’azienda a cui vengono eretti monumenti, che sono insigniti a dicembre del titolo di “manager dell’anno”: non è raro che, solo qualche anno dopo, si rivelino protagonisti di disastrosi fallimenti, talvolta con tanto di precipitosa fuga… Ne conosciamo tanti. E invece esistono tanti altri manager di cui non si parla mai, di cui non viene nemmeno in mente di parlare, e ancora meno di tesserne l’elogio in quanto hanno saputo così bene gestire la loro azienda, sfruttandone il potenziale, progressivamente, nella durata, che non sono mai stati spinti a rischiare, tanto che il profitto pare essere venuto da sé, sponte sua”.

Le citazioni contenute in questo articolo sono tratte da François Jullien, Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente, Editori Laterza.


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Dove eravamo rimasti?

Durante Art For Business Forum 2010 abbiamo dichiarato la necessaria compresenza di bellezza e giustizia al fine di realizzare business efficaci.

A questo proposito, Howard Gardner, main lecturer dell’edizione 2010 del Forum, aveva parlato di transfer ovvero della capacità di trasferire le conoscenze dal mondo dell’arte e quello del business. Ma come questo può accadere se anche l’arte si è specializzata diventato un affare per pochi esperti e appassionati?

In un’intervista rilasciata qualche tempo fa ad Art For Business, lo psicoanalista Luigi Zoja ha sottolineato la necessità di mediazione che oggi richiede l’incontro con l’arte, in particolare con i linguaggi della contemporaneità. Fatichiamo a leggere i segnali che gli artisti, primi fra tutti, intravedono e rielaborano attraverso le loro opere. Abbiamo bisogno di un tramite. L’avvento degli specialismi del resto ha avuto un impatto anche nel mondo del business: con la specializzazione, afferma Luigi Zoja, la dimensione etica è saltata e senza un programma etico anche la qualità estetica è venuta meno.

A partire da questi spunti, prende vita Imparare il presente, la quarta edizione del Forum, un’occasione per riflettere e sperimentare come leggere i segnali che emergono “qui e ora”, per introdurli nelle nostre pratiche quotidiane.

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